| Fotografie di Livio Senigalliesi Entri in una casa appena svaligiata, razziata da qualche gruppo di soldati di passaggio. E' una casa senza lusso, persa in una cittadina delle tante guerre balcaniche. Lì, tra gli effetti personali sparsi per terra, fra i giocattoli mutilati dei bambini, vedi le fotografie. O meglio, non sei tu che le vedi, ma loro che intrappolano il tuo sguardo. Piccole istantanee di vite senza storia, senza pretesa di bellezza, eppure così importanti. Sono immagini di matrimoni o di compleanni e rappresentano ormai l'ultima traccia della gente che ha abitato quella casa. Cerchi di pensare al lavoro che devi fare, ma loro ti parlano di momenti che sono stati anche i tuoi, di persone travolte dalla bufera della guerra e trascinate via. Quando esci dalla casa ti accorgi di altre fotografie cadute per terra. Hanno la leggerezza dei fantasmi e i volti ritratti sono stati in parte cancellati dalla pioggia insieme ai momenti di festa. Allora ti vengono in mente tutte le fotografie che non hai scattato, ma che hai visto sul tuo cammino mentre attraversavi la guerra. L'immagine di Tito nel fango; le istantanee che volavano come foglie secche nel vento di Petrinja in una giornata così grigia che sembrava pesarti addosso come un sudario. Oppure quelle che hai calpestato scendendo da uno dei condomini di Grbavica a Sarajevo, mentre i serbi scappavano portandosi via anche i morti dai cimiteri. E ancora le fototessere strappate dai passaporti che lastricavano un sentiero sulle montagne del Kosovo. Allora, quando ti vengono in mente tutte queste fotografie, che di solito non finiscono nei libri, capisci. E' questione di un istante, ma comprendi davvero come la guerra divori la memoria degli uomini e perché sei lì. |