Da "Il giorno dopo la guerra"
di Toni Capuozzo

Stanno tutti dietro l'alta cancellata bianca, con le mani aggrappate alle sbarre o le dita infilate nella rete, lì dove il cancello diventa un recinto che circonda il vecchio edificio sulla collina: il manicomio di Pazaric. Un paesino trascurato perfino dalle carte geografiche, nonostante sia sulla strada che da Mostar sale verso Sarajevo, ormai in vista del monte Igman, a meno di venti chilometri dalla capitale. (…)

Per i dannati di Pazaric la guerra è iniziata quando i medici e gli infermieri non si sono improvvisamente recati al lavoro, bloccati a Sarajevo dall'assedio. Zijad Korjenic, il custode, rimase solo con i quattrocento malati per più di tre anni…con la guerra, non si presentarono più al cancello i fornitori di pane, carne, verdure né si fecero più vedere i parenti e un po' alla volta finirono anche i medicinali. Tutto restò fermo come in una fotografia di gruppo, con il fotografo sotto il telo nero a dire < pazienza, un momento ancora, sorridere…> così per tre anni. Tre anni senza sigarette, tre anni senza carbone per le stufe, tre anni senza che la ex-Jugoslavia si ricordasse di loro. (…) Sulla collina ai margini del recinto cresceva il numero delle croci di legno, alcune erano senza nome…

(…) Non fosse stato che per le urla che salivano dal padiglione dei legati, malati serbi, croati e musulmani sembrava si fossero messi d'accordo di non fare più i matti…intanto i savi, fuori dal cancello oltre la collina, si scannavano come matti…