| Curarli costa troppo di Livio Senigalliesi Pristina-Kosovo giugno 99 - Jelite, Ibadete, Petim. Solo alcuni nomi delle tante giovani vittime della guerra. Vittime scomode di cui nessuno parla. Abbandonati al loro triste destino nelle squallide corsie dell'ospedale, mutilati senza protesi, senza cibo e medicine, senza alcuna speranza di una vita normale. Bambini che, quando ricevono una matita ed un pezzo di carta, disegnano carri armati, bombe, case in fiamme. Progetti di ricostruzione per milioni di dollari piovono sul Kosovo, ma per loro non c'è niente, nemmeno un gesto di solidarietà. "Portarli in Italia per le cure costa troppo!" mi è stato detto dai responsabili di una Ong italiana. Intanto il numero delle vittime delle mine anti-uomo e delle cluster-bombs è in costante aumento ma non fa notizia. Nel reparto di ortopedia dell'ospedale di Pristina, Jelite Ahmeti, denutrita, capelli rasati, aspetta da quattro mesi che qualcuno venga a strapparla alla sua solitudine. Jelite è albanese, ha 8 anni e una gamba sola. L'arto che le manca se l'è portato via una granata mentre passeggiava coi genitori nel mercato di Mitrovica. Nessuno sa dove siano il padre e la madre; le infermiere albanesi, che hanno da poco preso servizio, sanno soltanto che Jelite è stata trasportata all'ospedale dai soldati serbi e qui è rimasta senza che nessuno venisse mai a cercarla. Oggi è un giorno speciale perché finalmente l'infermiera le ha portato le stampelle. "Per mesi - dice Jelite con un fil di voce - ero costretta a strisciare per i corridoi e a guardare la gente iniziando dai piedi". Mentre parla, trema come una foglia perché tutto quello che possiede è un pigiama che lei porta notte e giorno, come una divisa. L'unica speranza per lei sarebbe un'adozione, ma nell'anarchia che domina il dopoguerra in Kosovo, dove l'unica corsa è quella al potere da parte delle varie fazioni dell'Uck, non c'è spazio per la solidarietà. Ibadete Thaqui, 13 anni, è una delle tante vittime delle mine, strumenti di una guerra subdola e senza fine. Nessuno sa ancora con precisione quanti ordigni siano ancora disseminati sul territorio. I campi incolti e le strade sterrate sono le zone più a rischio. Ibadete ha incontrato la "sua" mina nel giardino di casa. Tornava a Lapushnik con la famiglia, dopo mesi di esilio nei campi profughi oltre confine. Un passo, uno solo le è stato fatale. Ha perso entrambe le gambe e mi mostra i monconi fasciati scostando meccanicamente le coperte. I famigliari assistono sgomenti senza dire una parola, senza versare una lacrima. Sul cuscino di Petim Iliza, 13 anni, di Ferizaj, c'è un cappello che un soldato inglese della Kfor ha lasciato in regalo. Il viso di Petim è terribilmente pallido e si perde nel candore delle lenzuola. "Soffre tanto - dice la madre accarezzandogli la fronte - ha una brutta ferita allo stomaco e la guarigione è ancora lontana". Per ironia della sorte il piccolo Petim è rimasto vittima di una cluster-bomb, di una di quelle bombe della Nato che avrebbe dovuto assicuragli di crescere sano e forte in un paese libero. Besart e Luljeta Ahmetaj, rispettivamente 13 e 20 anni, erano nella colonna di profughi colpita per errore dai caccia della Nato il 14 maggio scorso nel villaggio di Korisha. Le immagini dei corpi carbonizzati delle vittime e la disperazione dei sopravvissuti turbarono il mondo intero e suscitarono violente polemiche. "Effetti collaterali" che la Nato aveva messo in conto, presto dimenticati dagli stessi albanesi nell'euforia della vittoria. Besart e Luljeta sono completamente sfigurati. Il bambino ha perso il naso ed un occhio, la ragazza la parte destra del volto. Besart sorride a stento dietro le bende che gli coprono il viso e mi chiede il telefonino per chiamare la mamma. Le infermiere scuotono la testa. Nessuno ha ancora avuto il coraggio di digli che sono rimasti soli. Silenzio, bugie, dolori non raccontati, atroci vendette, profonde ferite nella carne e nella mente. Questo è ciò che resta dopo 78 giorni di "guerra umanitaria". http://www.report.rai.it |