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La fotografia e l’immaginario occidentale verso l’alterità. Introduzione alla Tesi di Master "Storie di vita di donne immigrate provenienti da zone di guerra. La fotografia come metodo di indagine. Fotografie di Livio Senigalliesi" Corsista: dott.ssa Silvia Ruju a.a.2004-2005 Università Ca' Foscari Venezia - Dipartimento di Filosofia e Teoria delle Scienze MASTER SULL'IMMIGRAZIONE Riflessioni sull’intervento di Marco Deriu, sociologo, in occasione del Convegno “OLTRE IL DOLORE DEGLI ALTRI: altre strade del fotogiornalismo”, organizzato a Milano il 27 maggio 2006 da Fotografia & Informazione. Mi sembra fondamentale in questa introduzione spiegare il ruolo controverso della fotografia e dell'immagine in generale, alla creazione di quello che è l'immaginario occidentale sui paesi e sulle popolazioni del sud del mondo. Un immaginario assai contraddittorio, spesso ben distante dalla realtà di quei contesti. Durante il convegno "OLTRE IL DOLORE DEGLI ALTRI: altre strade del fotogiornalismo", organizzato a Milano il 27 maggio 2006 da Fotografia & Informazione, organismo attivo da alcuni anni nella realtà italiana su temi del fotogiornalismo, l'intervento del sociologo Marco Deriu, ha affrontato in modo secondo me molto efficace e chiaro questi temi. Mi è parso importante fare delle riflessioni e riportare in parte i suoi ragionamenti perché assai appropriati ad introdurre il tema nodale di questa tesi sulla fotografia come mezzo di indagine di storie umane. Il ruolo della fotografia, dell'immagine nell'informazione di ogni giorno, è tutt'altro che secondario, rispetto al ruolo del giornalismo della penna e della comunicazione verbale. La responsabilità di chi l'immagine la produce, del fotografo, o fotogiornalista professionista è assai maggiore di quanto si creda. Perché è attraverso l'immagine che si veicolano concetti ed è soprattutto attraverso la fotografia che viene veicolato e costruito l'immaginario di contesti non vicini a noi, di quei mondi lontani o mondi "altri", che ci incuriosiscono, ci attraggono e nel contempo ci respingono, con le loro contraddizioni e, ai nostri occhi, le loro stranezze, e con le loro diversità, ma anche con i loro profondi valori, che spesso siamo incapaci di comprendere. In particolare "oggi c'è un rapporto molto stretto tra il mondo del cosiddetto umanitario e il fotogiornalismo, tra le ONG, gli operatori umanitari, i cooperanti e i fotoreporter" (Deriu), poichè gli operatori umanitari hanno sempre più bisogno dei fotoreporter per documentare la loro attività: l'immagine viene utilizzata per creare opuscoli, campagne stampa, finalizzati alla raccolta fondi, il principale scopo dell'utilizzo da parte delle Ong di questi strumenti di diffusione. Va detto, d'altro canto, che anche gli stessi fotografi hanno sempre più bisogno delle Ong, per poter documentare le realtà del sud del mondo, da un lato per il diminuito apporto e disponibilità dei giornali al lavoro di reportage, ai fondi sempre più esigui disponibili per realizzare seri lavori di inchiesta, dall'altro per la indispensabile copertura logistica fornita dalle strutture attive nella cooperazione in zone difficili, spesso teatro di guerre, in cui muoversi ed operare in autonomia, diventa per gli operatori dell'informazione sempre più delicato e pericoloso, spesso praticamente impossibile. Dice sempre Deriu: "l'immagine, la fotografia, sta acquisendo un'importanza molto elevata in questo tipo di universo, e ha giovato molto alla causa degli operatori umanitari. Resta da discutere se giovi ugualmente anche alla causa delle popolazioni che si pretende di aiutare". A ben notare effettivamente esiste un continuo e constante contributo, spesso non richiesto, che il mondo dell'immagine ci propone quotidianamente e in modo uniforme e ripetitivo, che pur senza che ne siamo veramente consapevoli crea questo immaginario, difficile da decostruire. La quotidiana riproposta, costante, non attraverso una sola opera, nè attraverso l'opera di un solo autore, ma attraverso un ripetuto standard di immagini di persone sofferenti, emaciate, di occhi sgranati, di volti inariditi, che provengono da più fonti, da vari canali, ci comunicano e stratificano nella nostra mente, l'idea di un mondo derelitto, di sofferenze infinite. Lo sguardo ormai ossessivo e spesso inguardabile di un bambino devastato dalla fame in Africa è un'immagine che ci inorridisce, ma ormai ci rende indifferenti e ci costringe a distogliere lo sguardo. L'icona dell'Africa, l'immagine di questo paese, grande svariate volte l'Europa, è solamente questo: lo sguardo del bambino affamato. La responsabilità di questa rappresentazione per niente realistica non è del singolo fotoreporter, che riporta una delle tante realtà di cui è testimone, ma è principalmente nell'uso che gli attori del mondo dell'umanitario fanno di queste immagini, e nella scelta che essi operano, selezionando sempre più spesso immagini di un'umanità miserabile e derelitta, in modo da meglio avvallare la richiesta di soldi che segue, quella rivolta ai destinatari di quelle immagini. Le riflessioni di Marco Deriu a questo proposito sono veramente illuminanti: "il problema non è qualcosa che riguardi la singola immagine o un certo tipo di immagine, ma riguarda nel complesso qual è l'impatto di una serie ripetitiva di immagini, di rappresentazioni che questo connubio ha prodotto in questi anni e sta continuando a produrre rispetto alla nostra percezione del problema, e alla comprensione di quello che sta avvenendo". Deriu critica soprattutto il modo in cui quelle che lui chiama "le nostra alterità" 5 vengono rappresentate; aggiunge infatti: "Sono immagini che in qualche modo rappresentano non soltanto alcuni paesi, ma intere zone del nostro pianeta, l'Africa, l'America Latina, l'Asia eccetera, come zone in qualche modo perse, perdute, come deserti, come zone distrutte, incendiate e come zone di cui manca qualsiasi elemento ambientale o sociale positivo. Il riflesso paradossale di questo è che interi paesaggi, legati alle foreste, alle colline, ai laghi, ai fiumi, al mare, scompaiono da questo immaginario, per lasciare posto a questo stereotipo di paese tipo del sud del mondo, che è fatto sostanzialmente di deserto, in cui non ci sono né ambienti, né luoghi, né relazioni sociali, né comunità, né storia, né tradizioni. Quindi da questo scenario scompaiono quelle che sono le storie reali di queste popolazioni. Per non parlare poi dell'immagine delle persone e cioè di quelle che vengono rappresentate come vittime. Quelle che compaiono sono essenzialmente quelle di bambini, bambini denutriti, che piangono, di donne ritratte in situazioni molto negative, molto tristi, molto sofferenti. Quasi mai si tratta di adulti, quando si tratta di adulti sono sempre uomini in gravi difficoltà oppure sono immagini di masse, pensiamo alle colonne di profughi che spesso si ripetono in queste immagini". Deriu parla quindi di primitivizzazione, di infantilizzazione delle popolazioni destinatarie degli aiuti umanitari, per sempre relegate al ruolo assolutamente passivo di vittime. Persone a cui attraverso il modo in cui le loro immagini e i loro volti giungono a noi, vengono completamente derubate della loro soggettività e unicità come individui. Quindi, dice ancora Deriu: "quello a cui assistiamo è una cancellazione dell'alterità, un degrado molto forte dell'immagine dell'alterità". Si tratta di persone, quelle che ci rimandano queste immagini, che sanno giocare un solo unico ruolo, quello dei bisognosi, delle vittime, cancellando con un colpo di spugna secoli di storia, di cultura, di sapere, di conoscenza, di esperienza. In altre parole cancellando la complessità dell'individuo e conferendogli una posizione di pura subordinazione, contribuendo ad un processo di interiorizzazione dell'altro, ad opera proprio di chi vorrebbe assumere il ruolo di "salvatore" di queste popolazioni, attraverso azioni di discutibile solidarietà. Ancora Deriu dice "Allora l'interrogativo è questo, quali possibilità stiamo riconoscendo a queste persone, se proprio il mondo che si dice più impegnato, più attivo, che in qualche modo si mette più in gioco in scambi di relazioni con queste persone, è in realtà quello che è anche più attivo a costruire, a riprodurre, a propagare un immaginario che in realtà degrada l'immagine delle nostre alterità, o addirittura cancella l'immagine di una soggettività delle nostre alterità?". Di controcanto, le campagne pubblicitarie, che tanto abilmente utilizzano e propinano queste fotografie, per chiedere aiuti, di carattere economico, restituiscono effettivamente anche una realtà positiva, luminosa, rincuorante, che però è quella dell'operatore umanitario, questa figura salvifica, portatrice di virtù e di principi universali indiscutibili, portatrice di benessere e di vita. Dice ancora Deriu nel corso del convegno: "E a seconda del tipo di immagini e di slogan pubblicitario, troviamo situazioni in cui si dice che la vita di quel bambino dipende dai nostri doni, dai nostri soldi, o addirittura la vita di intere categorie, dell'infanzia abbandonata, dell'infanzia minacciata… o ci sono pubblicità in cui interi paesi dipendono dai nostri soldi, dalla nostra generosità… o addirittura ci sono pubblicità che parlano di interi continenti... c'è l'Africa che senza i nostri soldi, senza il nostro aiuto in qualche modo scomparirebbe. Se vogliamo, questi due aspetti, ovvero un'immagine sbiadita, prossima alla cancellazione, se non completamente cancellata dell'alterità, diventa lo sfondo, in alcune immagini addirittura è uno sfondo nero, uno sfondo in cui l'altro non c'è, o è quasi scomparso nell'oscurità, o addirittura è rappresentato attraverso il vuoto, l'assenza, il foglio nero, e su questo sfondo sfocato, addirittura buio compare l'immagine assolutamente luminosa e onnipotente del bianco che tramite gli operatori umanitari... se volete il meccanismo sembra quello del trompe l'oil, con un gioco tra sfondo e oggetto che viene fuori dall'immagine. Che cosa trasmettiamo in questo modo? Io ho l'impressione che il messaggio da un verso serve a confermare un'immagine di noi stessi… Ho l'impressione che una delle funzioni sociali di queste immagini e di queste campagne pubblicitarie sia quella di confermarci una certa rappresentazione positiva di noi stessi, quindi noi che siamo a seconda delle pubblicità, i salvatori… gli angeli… le persone generose, le persone solidali, le persone sensibili…". E non soltanto l'operatore, il cooperante, emerge in modo assolutamente positivo da queste rappresentazioni, l'uomo bianco stesso, l'occidentale viene investito di un ruolo positivo. Lo stesso destinatario del messaggio pubblicitario, noi gente comune cui la raccolta fondi è rivolta, viene rappresentato come portatore di un unico grande valore, quello economico, che può ridare un sorriso, salvare una vita, un villaggio, una popolazione e addirittura un intero continente. Deriu però andando più a fondo con la riflessione, scavando più in profondità sulle vere motivazioni di questa rappresentazione salvifica dell'uomo bianco, individua la crisi di valori del mondo occidentale, in grado di offrire solamente benessere economico, in totale assenza di altri valori ben più profondi, di cui le popolazioni che si pretende di salvare, a ben guardare, sono probabilmente assai ricche. Quale e quanta responsabilità quindi quella nel catturare i volti, le storie, attraverso delle immagini. Quale e quanta responsabilità di chi le utilizza, costruendo con esse un universo di riferimento al quale nessuno di noi riesce più a sottrarsi. Per saperne di più: Indice della tesi Cap. 2 - La fotografia e il dolore degli altri Cap. 3 - La fotografia come narrazione di testimonianze: alcuni esempi |