La censura

© Mara Trevisanut - brano tratto dalla tesi di Laurea 'Produzione, usi e fruizione della fotografia di guerra nel XX secolo' - Facoltà di Lettere e filosofia - Università di Udine

(...) Quando nella notte tra il 16 e il 17 gennaio del 1991, iniziano i bombardamenti americani contro l'Irak, tutti i giornalisti, i fotoreporter e le troupe televisive, provenienti da ogni parte del mondo, si trovano confinati nella capitale della vicina Arabia Saudita. Da dove però, devono attenersi alla ferrea regola della censura made in Usa.

Nella guerra del Golfo gli Usa, chiaramente ancora scottati dalla durissima e perdente esperienza nel Vietnam, decidono infatti, che in termini di comunicazione giornalistica, nulla deve essere lasciato al caso.

Il comando operativo dei media viene piazzato a Dhahran, nell'albergo situato dentro all'aereoporto, dove il generale americano Schwarzkopf ha fatto insediare il Joint Information Bureau, luogo cioè da dove vengono decise quante e quali informazioni, notizie, ed immagini possono essere diffuse alla stampa.
Il Joint Information Bureau coordina il flusso delle informazioni applicando quella che viene definita come: "una versione moderna, democratica, della censura", e cioè, una gestione delle notizie che porti alla saturazione dell'universo comunicativo.

Durante la guerra del Golfo, quindi, la macchina per l'organizzazione del consenso è perfetta, i media vengono inclusi all'interno di un sistema di referenzialità che sottrae loro, senza troppa evidenza, fette sempre più ampie di autonomia.

Tra le centinaia di reporter e fotoreporter presenti, gli Usa decidono che soltanto 192 (quasi tutti americani, più qualche inglese), sono quelli autorizzati a seguire i soldati nelle azioni sul territorio.
Tutti gli altri, quindi, devono accontentarsi di notizie di riporto, e devono inoltre gestire il loro lavoro seguendo le regole dettate in un documento che tutti devono sottoscrivere:

  1. Dovete essere accompagnati sempre da una scorta militare;
  2. proibito fotografare o filmare soldati feriti o morti;
  3. proibito pubblicare informazioni sul tipo di armi, equipaggiamenti, spostamenti, consistenza numerica delle unità;
  4. proibito descrivere con particolari dettagli lo svolgimento delle operazioni militari, pubblicare notizie sugli obiettivi e sui risultati conseguiti dalle stesse operazioni;
  5. proibito dare un'identità precisa alle località e alle basi dalle quali partono specifiche missioni di combattimento;
  6. proibito pubblicare informazioni sulla consistenza numerica e sull'armamento delle forze nemiche;
  7. proibito dare particolari sulle perdite subite dalle forze della coalizione;
  8. sono vietate le interviste non concordate
Tra i pochi fotogiornalisti italiani presenti nella guerra in Golfo, vi è anche Francesco Cito, che con la propria testimonianza conferma il clima di censura messo in opera dal governo americano.
"Di tutti i conflitti a cui ho partecipato, la guerra del Golfo 1990-91, meglio nota come Desert Storm, è stata la più frustrante. In nessun altro conflitto ho mai incontrato così tante limitazioni e l'impossibilità di partecipare, o essere presente, lì dove c'era il fatto... Dopo la caduta del muro di Berlino credevo fosse giunto il momento di appendere la macchina al chiodo... Ma il fotoreportage non significa solo guerra e morti ammazzati, vi sono innumerevoli aspetti della vita che, con un pizzico di intelligenza vale sempre la pena di raccontare. Ma è pur vero, anche se non sono un cinico, che i teatri di guerra sono i luoghi dove un fotoreporter ha veramente modo di misurarsi con se stesso, affrontare la paura, la fatica, l'orrore e, al tempo stesso, trovare la forza di continuare a documentare, che è poi la sola ragione della tua presenza."

© Francesco Cito, Guerra del Golfo, 1991

(Fig. 4.1.)
© Francesco Cito, Guerra del Golfo, 1991


L'ordine dettato da Schwarzkopf di non fare una sola fotografia di morti o feriti, viene dunque rispettato, tanto che Rudi Frei, che con Donald Mell coordinava il pool di 40 fotografi autorizzati, afferma: "Non ho visto una sola foto di soldati iracheni morti, o un'istantanea di un tank americano distrutto. Sembravano semplici manovre militari".

Una delle poche fotografie che raccontano all'opinione pubblica un momento di sconforto tra i soldati americani, è un'immagine scattata dal fotografo David Turnley, il quale riuscendo a eludere i controlli decide di seguire un'unità medica di evacuazione.
A bordo di un elicottero David Turnley realizza una foto impressionante e significativa di un sergente americano, che piange dopo aver saputo che il sacco accanto a lui contiene il suo compagno ucciso dal fuoco alleato.

© David Turnley, Iraq, 1991

(Fig. 4.2.)
© David Turnley, Iraq, 1991


La fotografia, che in un primo momento viene censurata e mai spedita ai giornali, riceve in seguito il World Press per la Foto dell'Anno.
La censura degli Usa dura fino quasi alla fine del conflitto, ma verso la fine di febbraio, quando ancora la battaglia all'aereoporto di Kuwait City è in pieno svolgimento, molti dei giornalisti e fotografi che fino a quel momento sono stati tenuti lontano dal luogo del conflitto, riescono ad entrare nel paese per documentare sia la distruzione provocata dai bombardamenti americani, sia lo scenario apocalittico di un disastroso danno ambientale provocato dalle truppe irachene che prima di lasciare il Kuwait, incendiano tutti i pozzi di petrolio.

Gran parte delle fotografie realizzate sulla guerra del Golfo, quindi, non riescono a documentare il conflitto in atto, ma documentano come si presenta il territorio dopo la ritirata irachena.

© Bruno Barbey, Kuwait, 1991

(Fig. 4.3.)
© Bruno Barbey, Kuwait, 1991


La guerra di liberazione del Kuwait, viene ufficialmente raccontata dalla propaganda americana con immagini e notizie, come una guerra inoffensiva, dove le più moderne tecnologie hanno permesso una vittoria pulita e schiacciante.
La guerra del Golfo, è stata la nostra prima guerra televisiva: "Non sangue o viscere sparse in immagini a colori vividi sul tappeto del salotto, non la trasparente, obbiettiva immediatezza dell'occhio onnipresente, ma l'ottica post-moderna totalmente distaccata, tecnicamente controllata, considerevolmente distante che si è trasformata in uno strumento della stessa guerra".

Dal punto di vista delle immagini televisive, la guerra del Golfo "è stata una guerra combattuta per demolire il ricordo, ma è stata anche una guerra che non ha dato origine ad alcun ricordo".

La guerra del Golfo vista alla tv, è stata quasi paradossalmente, una guerra senza immagini, una guerra proiettata costantemente in diretta televisiva, una diretta però priva di immagini di morti e distruzioni, ma costituita da immagini di semplici luci verdi nella buia notte di Bagdad, e queste sono le uniche immagini conservate nella memoria collettiva.

Quando, infatti, anche oggi proviamo a chiederci se e con quali immagini ricordiamo tale guerra, possiamo constatare che la memoria non può formarsi tra cose non viste, le immagini non possono diventare indelebili.

Con la guerra del Golfo prima, e con tutte le guerre che seguono, gli Stati Uniti scelgono di adottare una complessa metodologia di comportamento nei confronti dei media che cerca, prima di tutto, di tenerli fuori dalla zona del conflitto, almeno per il periodo iniziale delle operazioni, quando cioè occorre che vi sia una certa compattezza dell'opinione pubblica.

Tale metodologia che in un primo momento viene analizzata in tutti i Centri militari che studiano le strategie d'intervento, viene poi sancita in un documento ufficiale che il comando generale dell'Alleanza Atlantica fa avere a tutti i Paesi della Nato, perché le loro forze armate possano adottarla come modello di comportamento verso i mass media, in caso di guerra.