| Dopo l'11 settembre © Mara Trevisanut - brano tratto dalla tesi di Laurea 'Produzione, usi e fruizione della fotografia di guerra nel XX secolo' - Facoltà di Lettere e filosofia - Università di Udine (...) Se fino a questo momento abbiamo trattato della fotografia di guerra come uno dei principali strumenti per la documentazione e la conoscenza di ciò che avviene durante un conflitto, inversamente, possiamo invece constatare che le immagini prodotte dagli attentati terroristici dell'11 settembre in America, sono il risultato di un progetto terroristico, e di guerra, dove le immagini sono appositamente servite per conferire agli eventi, una quanto più ampia e possibile visibilità e tragicità. Alle 8.45 di martedì 11 settembre 2001, il volo 11 dell'American Airlines, dirottato da Boston con 92 persone a bordo, si schianta sulla torre nord del World Trade Center di New York. Mentre alcune televisioni, fotoreporter professionisti e molti cineoperatori dilettanti si trovano già sul posto e documentano l'accaduto, alla 9.06 il volo 175 dell'United Airlines con 65 passeggeri a bordo va ad incastrarsi nella torre sud. Le immagini prodotte dagli attentati costituiscono così, già dal momento stesso della loro genesi, un evento mediatico con caratteristica di diffusione mondiale. "Su ogni canale, e qui di canali ve ne sono circa cento, vedevi una torre dello World Trade Center che dagli ottantesimi piani in su bruciava come un gigantesco fiammifero. Un corto circuito? Un piccolo aereo sbandato? Oppure un atto di terrorismo mirato?... Mentre mi ponevo quelle tre domande, sullo schermo è apparso un aereo... volando bassissimo si dirigeva verso la seconda Torre come un bombardiere che punta sull'obbiettivo... sicché ho capito che si trattava d'un aereo kamikaze e che per la prima Torre era successo lo stesso" (O.Fallaci). In Italia, quasi tutti i quotidiani del 12 settembre, pubblicano le fotografie degli attentati in prima pagina dove, per enfatizzare maggiormente il contenuto, le fotografie vengono insolitamente pubblicate a colori e di maggiori dimensioni. Sui luoghi degli attentati i fotografi delle più importanti agenzie fotogiornalistiche - Associated Press, Reuters, Magnum, Gamma - producono una raccolta di immagini che documentano tutto il rapido succedersi degli attentati: l'arrivo degli aerei sulle Torri, il crollo, la fuga disperata dei superstiti, la devastazione del World Trade Center, l'eroismo dei pompieri, la disperazione dei familiari e il nuovo skyline di Manhattan. Molte di queste immagini rimangono impresse nella memoria di tutta l'opinione pubblica, come ad esempio la fotografia realizzata da Shannon Stapleton che "come in una tela di Caravaggio" ferma l'immagine del cappellano Mychal Judge soccorso da cinque uomini, tra i quali un poliziotto, tre pompieri e un giovane infermiere. ![]() (Fig. 5.1.) © Shannon Stapleton, New York, 2001 Oppure ancora la tragica e quasi surreale immagine di alcune persone che cercano la salvezza lanciandosi nel vuoto dall'alto dei grattacieli, o infine, l'immagine simbolo dei tre pompieri che - ricordando i soldati di Iwo Jima - innalzano la bandiera americana sulle rovine del World Trade Center. ![]() (Fig. 5.2.) © T.E. Franklin, New York, 2001 Pubblicare queste immagini diventa perciò un atto dovuto e necessario sia attraverso iniziative editoriali, come il supplemento a Panorama del 4 ottobre 2001, sia attraverso pubbliche esposizioni come quella promossa dal comune di Roma assieme all'Assessorato alla Politiche Culturali, tenutasi al Palazzo delle Esposizioni a Roma da 6 al 21 ottobre del 2001, dal titolo: 'New York, Washington, Pittsburg. Immagini di un giorno che ha cambiato il mondo'. In riferimento alle immagini degli attentati di New York, possiamo senz'altro concordare con le parole di Sebastiao Salgado quando afferma: "L'intero attentato è stato concepito pensando alle immagini, come lo storyboard di ciò che è avvenuto... la preparazione e la progettazione degli attentati hanno tenuto conto in modo maniacale dell'effetto comunicativo della televisione, la precisione degli eventi e la loro successione sono qualcosa che non ha mai avuto un effetto così dirompente e lascia senza parole. Inoltre il linguaggio comunicativo delle immagini è comprensibile universalmente e ha reso, se è possibile, ancor più deflagranti gli eventi". Nel progetto criminale di chi ha pensato a questi attentati, si è cercato in pratica un evento, un modo, una sequenza di fatti in grado di produrre delle immagini, destinate e rimanere per sempre nella coscienza collettiva, immagini pensate quindi per un'alta spettacolarità e per un alto impatto emotivo. Infatti, dalla mattina dell'11 settembre per proseguire ininterrottamente nei giorni seguenti, anche le televisioni di tutto il mondo replicano, in modo quasi ossessivo, queste immagini. Nel panorama italiano assistiamo anche ad una modificazione dei palinsesti televisivi e alla sostituzione di frivoli programmi con dibattiti e discussioni politiche o ideologiche. E purtroppo c'e anche chi, come 'La7', decide di "confezionare l'orrore secondo gli schemi del video-clip, montando le immagini con un sottofondo musicale, sottolineato per di più dalla insopportabile retorica del rallenty... in modo da sollecitare ulteriormente la commozione dell'opinione pubblica". Sul piano della politica internazionale, già a pochi giorni di distanza, l'attentato terroristico viene considerato prima di tutto come un attacco di guerra rivolto non solo contro gli Stati Uniti, ma più simbolicamente contro tutti i paesi che li sostengono. Gli Stati Uniti per la prima volta nella loro storia, si rivelano una nazione sotto shock, un Paese costretto a rinchiudersi in se stesso, sospendendo a tempo indeterminato il traffico aereo e le operazioni alla borsa di New York. Gli Usa decidono così di chiedere aiuto al resto del mondo e la Nato per la prima volta decide di ricorrere all'articolo 5 del suo trattato: gli attentati vengono cioè considerati un attacco all'intera Alleanza e di conseguenza tutti gli alleati e non solo gli Usa, devono rispondere all'aggressione. Già a poche ore dagli attentati, gli Stati Uniti identificano nel miliardario saudita Osama Bin Laden il principale responsabile di quanto accaduto, e iniziano l'organizzazione di una coalizione mondiale contro Bin Laden e i suoi seguaci. Dal momento che l'organizzazione terroristica di Bin Laden, denominata Al Qaeda, trova rifugio nel territorio afghano, controllato dal regime integralista islamico dei Talebani, gli Stati Uniti, lanciano un ultimatum perché questi ultimi decidano di consegnare lo sceicco e i suoi uomini, in caso contrario l'intero paese deve considerarsi in guerra. Il 7 ottobre alle 18.39 (ora italiana), i primi missili Cruise vengono lanciati sull'Afghanistan, inizia così la prima guerra del XXI secolo. Per quanto riguarda la possibilità di documentare il nuovo conflitto, anche in questa ultima occasione, gli Stati Uniti, decidono di continuare quella metodologia di esclusione della presenza dei media dalla zona del conflitto, che abbiamo già visto sia nella guerra del Golfo, sia in Kosovo. Secondo Noam Chomsky, in occasione di questo conflitto possiamo notare anche alcuni sorprendenti esempi di sforzi compiuti dal governo americano per restringere il libero flusso delle informazioni all'estero. Il mondo arabo possiede infatti un mezzo di informazione libero e autonomo, il canale televisivo Al Jazeera che ha sede in Qatar, ed è l'unico mezzo di informazione libero dalla censura. L'emiro del Qatar ha recentemente confermato che Washington ha chiesto al Qatar di mettere la briglia all'influente e giornalisticamente indipendente stazione televisiva araba Al Jazeera. Lo stesso presidente Bush afferma: "Alcune vittorie avverranno lontano dagli occhi del pubblico, saranno tragedie evitate e minacce sventate. Altre saranno visibili a tutti", che equivale a dire, vi faremmo vedere solo ciò che riterremo opportuno. Per ciò che concerne il nuovo conflitto, quindi, nessuna immagine nè fotografica, nè televisiva, porta a conoscenza dell'opinione pubblica lo svolgersi degli eventi, in questa ultima guerra, il ruolo e l'importanza delle immagini, assume fin dall'inizio, e cioè fin da quelle immagini dell'11 settembre, significati, valori, e un'importanza simbolico-strategica che forse mai, fino a questo momento, sono state rese così evidenti. In questo nuovo conflitto che è solo appena iniziato mentre scrivo queste pagine, appare comunque già evidente come l'uso dell'immagine sia nello stesso tempo contraddittorio, ma anche molto studiato, misurato e gestito dalle due parti come una delle armi principali per ottenere il consenso dell'opinione pubblica. Contraddittorio perché da una parte c'è il miliardario saudita Bin Laden che, pur appartenendo ad un integralismo islamico che vieta di produrre o vedere riproduzioni video, fa arrivare i suoi proclama attraverso dei video registrati, ma anche misurato e studiato perché dall'altra parte ci sono gli Stati Uniti i quali da sempre usano i media per dare il loro resoconto delle operazioni militari ed in questo modo filtrare la realtà per la propria propaganda. Se, dunque, forse possiamo affermare che il conflitto che è in atto appare dal punto di vista delle immagini prodotte come tra i più significativi della storia, possiamo anche dire che in questo senso, la prima battaglia l'hanno vinta proprio i terroristi che, con lo straordinario impatto visivo ed emotivo ottenuto colpendo il World Trade Center, sono riusciti a sintetizzare in un'unica immagine quello scontro tra civiltà annunciato da Huntington, e sono riusciti soprattutto a creare una profonda ferita nella memoria visiva di ognuno di noi. |