| Intervista a Livio Senigalliesi © Mara Trevisanut - brano tratto dalla tesi di Laurea 'Produzione, usi e fruizione della fotografia di guerra nel XX secolo' - Facoltà di Lettere e filosofia - Università di Udine La fotografia di guerra può essere, secondo lei, considerata come una testimonianza di verità? Si, sono assolutamente d'accordo nel dire che la fotografia di guerra è una testimonianza di verità, ed è proprio in questa mia ricerca spasmodica e quasi ossessiva della verità e della memoria, di una memoria collettiva - ma anche della mia memoria personale - che cerco di raccontare con le immagini le vicende umane, sia di coloro che le guerre le decidono, sia le storie di coloro che le soffrono. Quindi, nello sforzo di raccontare i fatti umani, credo che la fotografia possa dare tuttora un grande contributo di sintesi e di documentazione storica. Che viene anche da fatti forse più vicino a noi, anche dalla nostra quotidianità, come è successo durante gli scontri del G8 di Genova, dove il contributo dato dalla fotografia è stato determinante a inchiodare per sempre la realtà di un fatto. Secondo lei la fotografia di guerra, come anche altri media, non essendo in grado di cambiare totalmente le idee dell'opinione pubblica è in grado eventualmente di contribuire a rafforzare un cambiamento già in atto? Si, la fotografia di guerra può influenzare ma non modificare completamente l'opinione pubblica. Un'immagine può essere usata per una campagna umanitaria ma anche per giustificare degli interventi armati. Le fotografie che ho realizzato a Rugovo in Kosovo nel gennaio del 1999 (Fig. 1 e 2), sono servite per avvalorare, con l'uso strumentale dei cadaveri, la bontà del successivo intervento Nato. ![]() Fig. 1 e 2 In che modo si sono svolti i fatti? All'alba del 29 gennaio 1999 a Rugovo, villaggio nei pressi del confine con l'Albania, un gruppo di guerriglieri dell'Uck ha ucciso un poliziotto serbo. Ingenti forze dell'esercito yugoslavo hanno quindi circondato il villaggio operando un rastrellamento. Ventiquattro uomini di etnia albanese, hanno perso la vita in seguito agli scontri a fuoco. Alcuni di loro sono stati trucidati nelle loro case. Gli osservatori dell'OSCE sono arrivati sul luogo solo alcune ore dopo la strage. I corpi straziati delle vittime erano già stati rimossi e portati nell'aia di una fattoria. Vicino ad ogni cadavere sono poi state poste delle armi come a voler provare la loro appartenenza all'Uck, e come a voler giustificare il massacro compiuto. La notizia fu enfatizzata da tutti i media occidentali e passò come un'ennesima strage di civili. L'uso distorto dell'informazione è uno dei fenomeni più deleteri della nostra epoca. Un giornalista non può e non deve mettersi al servizio di una causa, deve solo esporre i fatti. Alcune sue immagini documentano anche la distruzione degli edifici storici, religiosi o culturali. Perché questa scelta? L'immagine delle macerie della biblioteca di Sarajevo o dell'antico ponte di Mostar distrutto, sono chiari esempi di quello che Predrag Matvejevic - insigne scrittore balcanico - definisce un "culturicidio". Colpire i luoghi della cultura, dell'arte e della religione di un popolo, significa cancellare completamente dal territorio la presenza culturale dell'altro. Tecnica purtroppo adottata da eserciti antichi e moderni, nei conflitti di ogni epoca. Tra le migliaia di fotografie realizzate nei Balcani, qual' è secondo lei l'immagine che forse più di altre può riassumere in modo simbolico questa guerra? Una delle immagini più significative e a cui sono più legato è la fotografia che ho realizzato il 18 marzo del 1996, nel quartiere di Grbavica a Sarajevo (Fig. 5). ![]() Fig. 5 Io stesso avevo trascorso la notte in quella casa. Spesso una foto importante arriva grazie al profondo coinvolgimento con i luoghi, con i fatti, con le persone. In quella immagine - poi divenuta un'icona del mio lavoro nei Balcani - c'è tutta la disperazione e l'impotenza di un uomo che vorrebbe cambiare il corso degli eventi. Nel suo reportage dai Balcani, le cosiddette immagini choc - quelle che ci mostrano la morte, il terrore, il sangue - occupano uno spazio minimo rispetto al resto. Perché questa scelta? La guerra, il sangue e l'orrore dei cadaveri scioccano terribilmente l'uomo. Per me, alcune di queste fotografie sono un atto dovuto, perché la guerra è anche dolore, lacrime e morti, ma non è solo questo. Io dico sempre una cosa: talvolta è più difficile vivere o sopravvivere, che morire. Talvolta è molto più doloroso vivere in condizioni bestiali, per anni, per mesi, per giorni, nella mancanza di affetti, di umanità, nella perdita di tutti e di tutto. Talvolta, la rappresentazione della morte può essere volutamente cercata dagli obbiettivi, proprio perché si vuole scioccare, talvolta però dipende anche dai motivi per i quali vuoi o devi rappresentarla. Ma se devi raccontare la morte ti viene chiesto rispetto e onestà nei confronti di chi è finito così. Io ho sofferto moltissimo quando ho fatto queste foto. Dentro ogni cadevere fotografato c'era anche un pezzo di me. Ogni vittima innocente rende tutto il mondo più povero ed ingiusto. La mia sofferenza per quello che vedevo, anche se filtrato dal mezzo fotografico, è stata una cosa che mi ha ferito profondamente e ha lasciato segni indelebili. Cosa spinge un fotografo a occuparsi di 'fotografia di guerra'? Le motivazioni possono essere diverse, ma non è mai una scelta facile. La guerra è una cosa seria e va affrontata adeguatamente. Raccontare una guerra è incarico serio e difficile. Superficialità e facili entusiasmi possono essere fatali. Il mio è un percorso molto personale, votato all'approfondimento e dettato da un'estrema volontà di capire, di essere vicino alla storia, all'azione. La macchina fotografica, quindi, è un mezzo per documentare ciò che mi circonda, un mezzo attraverso il quale vivere la storia, con un approccio critico ed estremamente realistico. Lei preferisce che le sue immagini siano veicolate sulla stampa, oppure gradisce l'incontro col pubblico nell'ambito delle sue mostre personali? In qualità di fotogiornalista, il mio impegno è stato rivolto a raggiungere il più largo numero di lettori. Ho avuto l'opportunità e l'orgoglio di lavorare per importanti quotidiani e settimanali che hanno dato risalto e notorietà al mio lavoro. D'altro canto, proprio per quella mia sensibilità nel campo umanitario, è nata in me anche una seconda esperienza - parallela a quella giornalistica - che si è concretizzata nell'organizzazione di mostre e di libri a sostegno di progetti umanitari. Ho così potuto apprezzare l'importanza e l'emozione dell'incontro diretto col pubblico e portare la mia testimonianza professionale ed umana tra persone sensibili alle tragedie dei nostri giorni e assetate di verità. I giornali e le televisioni sono spesso superficiali e parziali e lasciano troppi dubbi nel pubblico. Lei pensa che vi sia una differenza tra la scelta selettiva dei soggetti operata da un giornale e la presentazione più ampia e completa del suo lavoro attraverso una mostra? Certo, anche perché in un giornale vi sono una serie di scelte varie ed articolate. A monte c'è la mia scelta nel momento in cui scatto le fotografie. Poi segue una rigorosa selezione dei soggetti da presentare o trasmettere al giornale. Al momento dell'impaginazione, il photo-editor seleziona a sua volta tra le immagini presentate quelle più adatte a sostenere la tesi o la storia che il giornale vuole comunicare. Tra l'altro, lo spazio per l'approfondimento è sui nostri giornali sempre più limitato. Da ciò deriva l'importanza della mostra. Un percorso ampio e personale, più completo ed esaustivo che conferisce al lavoro giornalistico un più alto profilo storico. L'esclusione di tutti i media dalla zona del conflitto, fu una metodologia che gli Stati Uniti, dopo l'esperienza vietnamita, decisero di adottare nella guerra del Golfo ed è stata nuovamente adottata in Afghanistan per quella che il presidente Bush ha definito come "una guerra che non vedrete". In considerazione di ciò, come cambierà il lavoro del fotoreporter di guerra? Questo è uno dei tanti problemi che i fotoreporter sono chiamati a risolvere. Le soluzioni non sono facili e spesso non dipendono solo da noi. La situazione in breve è la seguente: ci è richiesta alta professionalità, capacità tecnologiche, di analisi, di approfondimento. Gli Editori, nel contempo, investono sempre meno e danno sempre meno spazio ai reportage ed alle inchieste. Il criterio di scelta non è dettato dalla qualità giornalistica ma dal costo del viaggio. I rischi sono tanti e non c'è alcuna garanzia o copertura dal punto di vista assicurativo. Le motivazioni dei reporter sono comunque forti e si è disposti a tutto pur di essere 'dentro una grande storia'. Ma l'informazione oggi più che mai è sotto controllo e gli spazi sono sempre più limitati. I governi pongono limiti, i media sono sempre più servi dei poteri forti. L'informazione viene gestita in modo sempre più consono ai criteri 'televisivi'. Nell'epoca del trionfo delle tecnologie, la notizia è muta. Passano solo le 'veline di regime', le bombe diventano 'intelligenti' e i morti non si vedono. O meglio, vengono mostrati - sbattuti i prima pagina - quelli che servono ad avvalorare la 'giusta causa occidentale'. Gli 'inviati' viaggiano sempre meno. Sono costretti a scrivere in redazione, dietro una scrivania. Ma le fotografie non si possono fare 'da lontano'. Le peggiori tragedie dei nostri tempi rischiano di svolgersi lontano dagli occhi indiscreti di obiettivi e telecamere. In un epoca in cui le guerre diventano 'mediatiche', secondo i dettami della dottrina Bush, dovremmo chiederci se ha ancora un senso fare questo mestiere. La morale e gli interessi dei poteri forti saranno salvi. La verità e la fotografia saranno morte per sempre. |