Tutti indietro
L'isola della speranza
di Laura Boldrini – Portavoce UNHCR
Delle tante storie di donne e uomini che ho conosciuto e ascoltato negli anni di lavoro come portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) pochissime sono quelle prive di sofferenza, e quasi mai la condizione di persona in fuga si è risolta senza traumi: la maggior parte è passata attraverso un vero calvario di dolore e solitudine. [...]
Essere costretti a partire su un gommone sgangherato o una barchetta in vetroresina per attraversare le 160 miglia che separano la Libia da Lampedusa, equivale ad accettare, a caro prezzo, una scommessa sulla propria pelle. Quando non si hanno i documenti, né un visto d’ingresso in un Paese sicuro non si ha nemmeno scelta. [...]
Già tre secoli fa Diderot aveva intuito la vocazione di Lampedusa come crocevia del Mediterraneo, dove hanno sempre convissuto culture e religioni diverse. Negli ultimi anni quest’isola, avamposto italiano nel Canale di Sicilia, più vicina alle coste tunisine che a quelle siciliane, è stata anche simbolo dell’accoglienza e della speranza. Il simbolo del bene. L’approdo sicuro per migliaia di persone che toccando terra nel molo Favarolo sono nate una seconda volta. Per noi, il posto dove poter soccorrere coloro che sbarcano e stabilire subito un contatto diretto. Quindi un prezioso osservatorio da cui è stato possibile analizzare i flussi migratori e capirne le evoluzioni.
Lampedusa, con i suoi seimila abitanti, in questi anni ha fatto decisamente la sua parte. L’isola è stata messa a dura prova da una pressione migratoria crescente ma anche da una presistente carenza di servizi che, in alcuni frangenti, ha creato una sorta di antagonismo tra la gente del luogo e i migranti, sulla base dell’erronea convinzione, da alcuni volutamente alimentata, che le risorse per lo sviluppo locale fossero dirottate all’accoglienza. [...]
Il mio battesimo a Lampedusa era passato attraverso un naufragio, in linea con quanto sarebbe accaduto negli anni successivi. Purtroppo ne seguirono tanti altri. Non sono mai riuscita a raggiungere un distacco emotivo dal dolore dei sopravvissuti, forse per quella paura del mare che aveva radici lontane e forse anche perchè chi fa questo mestiere sta per propensione dalla parte delle vittime che tenta di aiutare.
Non ho mai superato quel disagio iniziale nel trovarmi di fronte a chi è scampato alla morte. E non ho ancora capito qual è la domanda “giusta” da fare, quella meno invasiva. Ho continuato a comportarmi come la prima volta a Lampedusa, avvicinandomi in silenzio e senza guardare le lancette dell’orologio, dedicandomi a chi avevo davanti, nel rispetto della loro condizione. [...]
Un centro d’accoglienza rappresenta una miniera di storie, di situazioni estreme che rischiano di passare sottaciute se, nella frenesia delle cose da fare, non si ha il tempo o la curiosità di ascoltare. Avere uno scambio con i rifugiati, arrivare a conoscere i loro universi, le condizioni di partenza, i pericoli che hanno incontrato nel loro percorso, per me è la parte più interessante del lavoro e anche quella che mi consente poi di dare voce e di spendermi senza riserve nel tentativo di restituire questo patrimonio all’opinione pubblica. Chi sono queste persone? Che vita si sono lasciati alle spalle? Che cosa li ha portati ad affrontare tutto questo?
Nel centro di Lampedusa basta fare domande per avere le risposte. Anche per Roman, etiope di trent’anni, la traversata era stata difficile. “Non riuscivamo a vedere la barca perchè quando ci hanno portati al mare era notte.Appena siamo entrati nella barca i libici sono scappati. [...]Siamo partiti perchè avevamo solo due scelte, o non andare o accettare quelle condizioni. Il primo giorno eravamo abbastanza forti, il secondo giorno abbiamo cominciato a sentirci stanchi. Non riuscivamo a muoverci, non sapevamo quale fosse la rotta e giravamo in tondo. Il terzo giorno due donne sono morte. Tutti hanno cominciato a pensare: «moriremo». [...] Dopo qualche ora abbiamo visto delle imbarcazioni bianche, erano gi italiani che venivano a salvarci.” [...]
Il brano è tratto dal libro "Tutti indietro" di Laura Boldrini - Rizzoli 2010
Storie di chi rischia la vita per raggiungere le nostre coste e dell'Italia che accoglie sempre meno e respinge sempre più.
Laura Boldrini vanta una carriera ventennale all'interno di diverse agenzie delle Nazioni Unite. Dal 1998 ricopre la carica di portavoce dell'Alto Comissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). Con passione e coraggio ha svolto missioni delicate in alcuni degli scenari più critici degli ultimi anni, dal Kosovo all'Afghanistan, dall'Iraq al Sudan, dall'Angola al Ruanda, ed è una presenza costante sull'isola di Lampedusa.
Ringrazio Laura Boldrini per aver gentilmente concesso la pubblicazione del brano su questo sito.































