Balcani, 20 anni dopo
di Massimo Nava
Editorialista del Corriere della Sera


Ci sono cose della guerra che restano scolpite nella memoria e nel cuore. Non parlo delle cose ovvie di ogni guerra - il sangue, i massacri, i lamenti, il tonfo assordante delle bombe, i corpi martoriati, le distruzioni – ma di quelle, particolari ed emblematiche, che a distanza di anni continuano a suscitare domande sulla natura dell’uomo e sulla sua straordinaria capacità di volere il male dei propri simili. Anche gli animali uccidono, ma lo fanno per fame o per legittima difesa.
Gli uomini non hanno istinto, ma usano – a volte, è il caso di aggiungere purtroppo - il cervello. Ogni guerra è terribile, ma quella di cui sono stato testimone, assieme a Livio, è di una specie particolare, perché uomini e donne trascinati nel baratro vivevano in pace e insieme fino al giorno prima e continuarono, anche nei giorni più orrendi, a pensare al vicino di casa rimasto dall’altra parte della barricata.


L’hanno chiamata guerra civile, guerra etnica, guerra religiosa, guerra per l’indipendenza o per l’espansione di uno stato rispetto agli altri stati, ma è stata soprattutto una vendetta della storia, come se le vittime dei massacri dei secoli precedenti fossero uscite dalle tombe per vendicarsi.
La storia, nei Balcani, è un circolo infernale, dove le generazioni sembrano periodicamente condannate a tornare al punto di partenza.
Noi, cronisti di questo orrore, provavamo ad ascoltare i torti degli uni e le ragioni degli altri e finivamo per sentirci ripetere le stesse cose, a parti rovesciate, a pochi chilometri di distanza. Fu così a Zara, a Dubrovnik, a Vukovar, a Sarajevo, nelle Krajne, a Mostar, a Belgrado e infine a Pristina, dove tutto in fondo era cominciato, tanti secoli fa.
Questo non significa, nella diagnosi storica, confondere le responsabilità, che furono tante, diverse e che, a distanza di tempo, possono essere ridefinite in una gerarchia.
I calcoli cinici delle classi dirigenti serbe e croate non sono equivalenti ai loschi opportunismi dei kosovari indipendentisti o alle bellicose velleità bosniache, ma, alla fine, ci fu in tutti la tendenza a vedere il nemico anche dove non c’era, e persino in casa propria, alimentando così la spirale dell’odio.


Tutto questo ha provocato distruzioni e sofferenza infinita. Ed è questa sofferenza infinita, totale, distribuita a piene mani e in modo indistinto, che Livio ha documentato in questi anni, accompagnandomi tante volte nei miei reportage. Lo ha fatto in modo eccellente, con l’aiuto della tecnica e del mestiere, ma soprattutto con una sensibilità personale che è la qualità indispensabile affinchè le immagini parlino, raccontino e rimangano nei cuori di chi le osserverà, oggi e per sempre. Sono queste le cose della guerra, di questa guerra assurda, che non si dimenticano, poiché la definiscono e aiutano a comprenderla.



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