S-21


Testo di Marco Del Corona, giornalista del Corriere della Sera


Phnom Penh sono due. Phnom Penh prima di Tuol Sleng e dopo Tuol Sleng.
Tuol Sleng cova acquattato tra le palazzine in una zona semicentrale. Chiama a sé, ma non al primo giro.
Chi arriva in città non ci capita subito, occorre un'acclimatazione a Phnom Penh, un avvicinamento da alta montagna: Tuol Sleng attira con traiettorie indirette, secondo orbite via via più strette però tentate dalle diversioni, dall'impulso di prendere un'altra strada o di rinanciare.
Elevato al ruolo di attrazione turistica, l'ex liceo di Tuol Sleng mette in moto scuotimenti profondi.
Il piglio dei visitatori vira immediatamente dalla curiosità al pellegrinaggio, poche parole e deglutizione laboriosa. Andarci è questione di omaggio alla memoria, e fascino dell'orrore, e inconfessabile sadismo, e pietà e ricerca di capire.
Nessuno spiegherà nulla, nessuno sarà in grado di dire una parola definitiva. Non si accenderà niente nel buio. Si tornerà indietro sobbalzando sullo sterrato e poi sull'asfalto, incrocio dopo incrocio, verso il centro, verso la vita, insegne, caffè, bancarelle. Si abbraccerà il motociclista un po' più forte e si guarderà increduli la sua nuca intatta.
A quel punto Phnom Penh non sarà già più la stessa di prima. L'intera struttura è circondata da filo spinato e lastre di ondulex. Un posto quasi normale, a non saperlo.
Qui il 'centro', il cuore segretissimo del Partito Comunista Cambogiano installò il quartier generale del santebal, la polizia segreta.
La scuola di Tuol Sleng - con i suoi tre piani di aule e le palme a ombreggiare il cortile - divenne S-21. Luogo di interrogatori, tortura ed esecuzioni dove persero la vita più di 14.000 persone (10.499 adulti secondo i pedanti registri dei Khmer Rossi, che però non tenevano conto dei bambini).
Tutti schedati: ingresso, foto, verbali, uscita. Solo sette i sopravvissuti.
Il vertice dell'Angkar, l'elusiva 'Organizzazione Rivoluzionaria' dietro la quale si celava il vertice del Partito Comunista, cominciò a far riferimento a un'entità indicata come S-21 del settembre del 1975.


Nella denominazione S-21, "S" sta per sala, spazio, padiglione e il "21" è il codice del santebal, parola composta da santisuk (sicurezza) e nokorbal (polizia).
Anche se in origine esistevano altri centri di detenzione, la specifica funzione di Tuol Sleng era custodire e torchiare i cosiddetti traditori del regime.
Il Partito scatenò due tornate di purghe: la prima diretta contro civili e militari del governo di Lon Nol, rovesciato con la vittoria del 17 aprile 1975; la seconda rivolta ai 'nemici interni' dell'Angkar, quadri rivoluzionari caduti in disgrazia, spie e sabotatori dei quali il Partito volava sapere tutto prima dell'eliminazione: dalla rete dei supposti complici alle ascendenze familiari, dal pedigree rivoluzionario alle connivenze criminali.
CIA, KGB, imperialisti, vietnamiti, stranieri rapiti mentre erano in vacanza nel Golfo di Thailandia. Tutto faceva sangue.
Le confessioni ricostruivano misfatti mai compiuti, la logica era allestire una realtà cospiratoria fittizia, funzionale alle attese dell'Angkar.
L'istituzione faceva capo al Ministro della Difesa Son Sen (Khieu, in codice).
La gestione era nelle mani di Kaing Kek Ieu, alias Duch; ai suoi ordini, guardiani ragazzini, terrorizzati dall'idea di finire a loro volta tra i prigionieri, ferocissimi maestri nell'umiliazione, nell'espropriazione dell'umanità.
La mente di Duch traeva piacere dal dedalo di delazioni incrociate, dalla rete di legami che i torturati costruivano - interrogatorio dopo interrogatorio - in un immenso teorema del terrore.


S-21, un mostruoso mattatoio ora divenuto museo. Le celle al piano terra nell'edificio di sinistra restano tuttora l'anticamera dell'orrore d'un tempo.
Il disegno ossessivo delle mattonelle ocra e bianche, disposte come una scacchiera, sorregge letti di ferro a cui venivano incatenati per le sevizie i prigionieri.
Catene, ferri. Cassette metalliche per i nastri di mitragliatrice usati dai prigionieri per defecare.


I due fotoreporter vietnamiti che entrarono nel carcere l'8 gennaio 1979 al seguito delle truppe vietnamite che mettevano fine al regime di Pol Pot, trovarono ancora i corpi legati ai letti, la gola tagliata, inondati del sangue che colava sul pavimento.
Le loro fotografie, montate su pannello, sono appese alle rispettive celle.
Era stato l'odore della decomposizione a guidare i due reporter dentro il recinto di quello che sembrava una scuola.
Sopra l'ingresso una grossa targa rossa riportava uno slogan polpotiano:" Fortificate lo spirito della rivoluzione! State in guardia contro le tattiche del nemico per difendere il Paese, il popolo, il Partito".
Furono trovati 14 uomini. Le ultime esecuzioni risalivano ai un paio di giorni prima.
I vietnamiti bruciarono i cadaveri. Diedero una ripulita e cominciarono a visionare la mole di materiale che tuttora viene setacciato dagli storici e ricercatori: fotografie segnaletiche, registri di interrogatori, strumenti di tortura, ritratti su tela e busti di Pol Pot realizzati da alcuni prigionieri che grazie alle loro capacità artistiche ebbero salva la vita.


Nel giro di un paio di mesi, un colonnello vietnamita che già aveva allestito a Saigon il Museo dei crimini di guerra americani, venne incaricato di fare di Tuol Sleng un Museo. Il colonnello comunista Mai Lam si mise al lavoro. Come dovevano essere rappresentati i Khmer Rossi? Erano comunisti? E come comportarsi data la presenza di Khmer Rossi nel nuovo governo cambogiano filo-vietnamita?
Ai vertici del Kampuchea Democratico venne così negata - scrive lo storico Chandler - ogni credenziale socialista, sottolineando al contrario tutte le possibile analogie tra Pol Pot e Hitler, tra i Khmer Rossi e i nazisti, tra l'S-21 e Auschwitz.
Un approccio che semplificava e forse sterilizzava il groviglio di questioni sollevato dalla parabola politica del Pol Pot, dal suo atroce culmine, dal caso senza precedenti dell'"autogenocidio" cambogiano, secondo la definizione del francese Jean Lacouture.
Intervistato nel 1997, Pol Pot disse la sua su Tuol Sleng tentando l'impossibile discolpa:"Una messinscena dei vietnamiti".


Torniamo in quello che ora è un Museo: adesso come allora l'occhio comincia a navigare sperso nella moltitudine di fotografie che i custodi mortiferi scattavano ai prigionieri all'arrivo a S-21. Sguardi atterriti o inconsapevoli, smorfie di disgusto, paura, madri con figlio, bambini in pigiama nero, massacratori sul punto di essere massacrati, numeri fissati alla camicia con una spilla da balia, tumefazioni, uomini con camicie anni '70, capelli a caschetto in stile Khmer rosso…la bellezza fisica è un ostacolo alla lotta, proclamava l'Angkar.
Un labirinto di esistenze. Sono scatti nitidi, se si riuscisse a liberare la mente dall'angoscia si direbbero persino bellissimi: contengono la Storia, storie che parlano.
I volti perpetuano la loro stessa morte, la perpetuano all'infinito. Però è in agguato il rischio del compiacimento estetico: nel 1997 il MoMA di New York ospitò una selezione d'immagini provenienti da Tuol Sleng.
Splendido allestimento, stampe magnifiche. Troppo per quegli scatti raggelanti.
L'esposizione era perfetta e insieme oscena, restava il retropensiero di un'inesprimibile impudicizia. I sommersi di S-21 non dicono che se stessi.


Brano tratto da 'Cattedrali di cenere' di Marco del Corona. Si ringrazia l'autore per aver consentito alla pubblicazione.