Iraq 2006
Tra le rovine della mitica Ur minacciate dalla guerra.
di Livio Senigalliesi


Lunghe ore di volo a bordo di un C-130 dell’aeronautica militare. Destinazione Nassiriya, nel sud dell’Iraq. Un viaggio in zona di guerra a cercare i resti di una cultura millenaria dimenticata, offesa, aggredita. A pochi passi da Camp Mittica, base del contingente italiano, si estende un’area archeologica d’importanza straordinaria.
Qui, dove adesso è il deserto, più di 4000 anni fà sorgeva la mitica Ur, la patria di Abramo, patriarca delle religioni monoteiste.


La follia della guerra ha trasformato la Valle dell’Eden in un campo di battaglia e – per sfuggire al triste presente – sono andato alla ricerca delle tracce del passato seguendo un gruppo di studiosi del CNR e alcuni membri del nucleo tutela del patrimonio culturale dei Carabinieri che cercano di proteggere le antiche rovine da ulteriori irreparabili danni e saccheggi.
Nel panorama desolato, al di là dei reticolati e dei posti di blocco, appare in tutta la sua imponenza lo ziqqurat, la grande piramide a gradoni eretta dai Sumeri per propiziarsi le grazie del dio Nammu, la Luna.


Nella calda luce radente del primo mattino, i contorni della grande struttura di stagliano nitidi. Dalla sabbia affiorano cocci di ceramica e conchiglie fossili. Un museo a cielo aperto.
Il profano rimane incantato, lo studioso scruta con sapienza e passione ogni traccia alla ricerca di nuovi reperti, iscrizioni, resti di un passato che si perde nella notte dei tempi.
Saliamo lungo la scalinata in mattoni d’argilla cotta e giunti alla sommità ci appaiono ancora più grandiose le rovine dell’antica Ur dei Caldei che affiorano dalla sabbia.


Lontano gli echi delle esplosioni, il rumore dei blindati e degli elicotteri che pattugliano la zona di competenza del contingente italiano per evitare attacchi della resistenza irachena.
Passo numerosi giorni con i soldati della Brigata Sassari seguendoli in zona di operazioni.
Il loro spirito è ammirevole ma vivo con difficoltà la condizione di ‘embedded’ che non mi consente di documentare le condizioni di vita dei civili e le terribili conseguenze della guerra.
Non riesco a capacitarmi di come intere generazioni di iracheni siano cresciuti conoscendo solo la dittatura del Rais, le privazioni dell’embargo ONU e le bombe della NATO.