Exodus
testo e foto di Livio Senigalliesi


Isikveren / confine Iraq-Turchia - marzo 1991


Durante la primavera del 1991 nel nord dell’Iraq era in atto la ‘soluzione finale’ nei confronti del popolo curdo. Già nel 1988 a Kalabja, l’esercito iracheno aveva usato armi chimiche per sterminare la popolazione civile di interi villaggi curdi. Un vero e proprio tentativo di genocidio. Le pesanti condanne dell’opinione pubblica internazionale e delle Nazioni Unite non avevano scalfito il potere di Saddam.
Dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’esercito iracheno (agosto 1990), gli Stati Uniti avevano lanciato ultimatum sempre più pressanti a Saddam – a salvaguardia degli interessi petroliferi delle ‘Sette Sorelle’ - finchè si giunse all’intervento armato della Coalizione Internazionale targata USA.
L’operazione venne denominata Desert Storm (Tempesta del deserto) ed era chiaro si trattasse di un guerra per il controllo del petrolio, materia prima strategica per gli USA e le altre potenze occidentali.


In questo grave contesto di escalation militare, il Rais colse l’occasione per una feroce resa dei conti contro i nemici interni, Sciiti e Curdi, gruppi etnici che si opponevano storicamente al potere della casta sunnita di Baghdad.


I confini iracheni erano blindati. La guerra si era trasformata in un evento mediatico. La CNN di Peter Arnett trasmetteva in esclusiva dal tetto dell'Hoter Rashid di Baghdad le scie dei traccianti della contraerea e la guerra si trasformava in un video-game.
Tutto si doveva svolgere lontano dagli occhi indiscreti di giornalisti e telecamere. E la cosa faceva comodo sia agli USA che a Saddam.
Assistevamo inermi alla realizzazione della dottrina Bush che sanciva il ‘Nuovo Ordine Mondiale’.
Trionfava la disinformazione e la propaganda. Il mondo si commuoveva di fronte alle false immagini del cormorano agonizzante nel petrolio. I massacri di soldati e di civili diventavano un ‘effetto collaterale’. E torme di giornalisti embedded si trasformavano nell’Ufficio stampa dei contingenti occidentali giustificando crimini e mischiando vero e falso come carte di un Grande Gioco.


Per evitare di seguire il carrozzone dei Media Mainstrem - tutti intruppati a Dhahran in Arabia Saudita - avevo scelto Amman come base operativa con l’intento di muovermi nei Paesi confinanti alla ricerca di storie di profughi in fuga dalla guerra.
Anche la Giordania stava diventando una polveriera. Gruppi islamici organizzavano manifestazioni contro gli USA e tutti gli occidentali erano a rischio. Più di una volta avevo rischiato il pestaggio e il tentativo di raggiungere i campi profughi nella terra-di-nessuno tra Giordania e Iraq si era concluso con l’arresto.


All’inizio di marzo, appena giunsero le prime notizie dell’esodo di migliaia di donne, vecchi e bambini curdi verso le montagne al confine tra Iraq e Turchia, partii immediatamente per il Kurdistan.
La remota provincia sud-orientale della Turchia era già normalmente in stato di assedio a causa degli scontri tra PKK e esercito turco. Con l’arrivo dei profughi curdi la situazione precipitava.
Le strade per raggiungere la zona erano bloccate da continui checkpoint militari. Dopo due giorni di viaggio – toccando i santuari della cultura curda come il Lago di Van - arrivai alla base delle montagne nella zona di Cucurka, provincia di Hakkari.


Abbandonato il taxi in mezzo al caos di uomini e mezzi che ammassavano aiuti umanitari nella zona di confine, montai sul cassone di un trattore che portava pane e farina ai rifugiati in quota.
Più si saliva e maggiore era la tensione. Soldati turchi in assetto da guerra creavano una sorta di cintura di sicurezza affinchè i profughi non scendessero a valle.
La zona era davvero inospitale e dalle cime che superano i 4.000 metri soffiava un vento gelido.
Mi rendevo conto di non avere un equipaggiamento adeguato ma ormai non potevo più tornare indietro. Il trattore arrancava e più volte aveva rischiato di ribaltarsi.
Arrivati alla sommità, rimango senza fiato per la scena apocalitica che si presenta ai miei occhi.
Migliaia di tende improvvisate riempiono la vallata pietrosa dove passa il confine con l’inferno. Una colonna interminabile di derelitti marcia ansimando nel fango portando sulle spalle i loro pochi averi: coperte, pentole e legna da ardere.
I più anziani vengono trasportati a dorso d’asino o su barelle improvvisate. Gruppi di uomini portano a braccia i cadaveri di chi è morto per gli stenti o per le ferite. Un padre si avvicina con il cadavere del suo bambino avvolto in un lenzuolo bianco e me lo pone tra le braccia. E’ il suo modo di rendere onore allo straniero giunto su quelle cime per testimoniare la tragedia di un popolo. Il suo volto è terreo, distrutto dal dolore e dalla fatica di giorni di marce forzate. Tutt’intorno si alza il fumo di mille piccoli fuochi.
Un’umanità afflitta si prepara a passare la prima notte nella terra-di-nessuno concessa dal governo turco.


Tra i pianti e le preghiere si scavano tombe per tumulare i morti. Poi il buio e il silenzio. Cala la notte e trovo rifugio nella tenda improvvisata di un peshmerga e della sua famiglia. Raccolgono un pò di neve e la scaldano per fare il tè. Ci scambiamo sguardi alla luce di un piccolo fuoco. Provo emozioni indescrivibili e cerco a gesti di esprimere loro la mia soliderietà. I bambini sono lividi dal freddo. Avvicinano i loro piedi congelati al fuoco. Sono fuggiti con quello che avevano addosso. Stravolti dalla stanchezza si addormentano.
Io invece non chiudo occhio e all’alba inizio a vagare di tenda in tenda scattando qualche foto.
La presenza dei soldati turchi è sempre più pressante. I profughi non devono scendere dalle montagne, non possono entrare liberamente in Turchia. Non sono i benvenuti.
Il governo di Ankara ha concesso solo una buffer-zone ma nulla di più.
I Curdi, popolo orgoglioso e guerriero è condannato dalla Storia a non avere una terra.
Le rare distribuzioni di cibo ed i lanci di aiuti umanitari da parte di aerei dell’aviazione USA scatenano furibonde risse tra le migliaia di rifugiati, accomunati dallo stesso destino ma disposti ad uccidere per un pezzo di pane o un sacco di farina.


Seguiranno lunghi mesi di agonia. Decimati dalla fame e dalle malattie, alla fine del mese di aprile, con la fine delle ostilità, i profughi curdi potranno tornare nei loro villaggi.
Da allora molto tempo è passato. Alla fine della seconda guerra del Golfo (2003) il Rais è stato ucciso ed i curdi iracheni godono di una larga autonomia nel nord del Paese.
Diviso tra Turchia Iran Iraq e Siria, il popolo curdo attende ancora il riconoscimento dei propri diritti e una terra comune dove parlare la propria lingua e crescere i figli secondo le loro tradizioni.


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