GOLPE A MOSCA
Una rivoluzione con soli tre morti seppellisce il Comunismo.


di Mauro Suttora – Inviato del settimanale L’Europeo


Mosca 30 Agosto 1991


Un altro struggente tramonto chiude la settimana decisiva per la storia dell'Unione Sovietica. Era cominciata lunedì mattina sotto la pioggia, e con i carri armati del golpe nelle strade. È finita sabato sotto il sole con le dimissioni di Gorbaciov da segretario del Pcus, lo scioglimento del partito e la antica-nuova bandiera russa tricolore che sventola sul Cremlino.


In mezzo, sei giorni di rivoluzione. Una bella rivoluzione, con pochi morti e molta ironia. Perfino Gorbaciov è riuscito a scherzare sulla propria prigionia in Crimea. «È la nostra quinta rivoluzione», ricorda un signore in un capannello di piazza Puskin. E conta: quella decabrista nell'800, quella socialista nel 1905, la menscevica nel febbraio '17, la bolscevica nell'ottobre '17... D'estate, però, è la prima volta. Ma anche sulla numerazione delle loro rivoluzioni i russi riescono a litigare: «Quello bolscevico fu un colpo di stato, non una rivoluzione di popolo», puntualizza stizzito un altro.


Le uniche due parole che mettono d'accordo tutti sono «democrazia» e «Eltsin». La gente preferisce quest'ultimo, presidente della Russia (che copre il 75 per cento dell'Urss), a Gorbaciov, presidente tuttora non eletto di una cosa che ormai esiste ogni giorno di meno: l'Unione Sovietica.
Questa volta, contrariamente a 74 anni fa, i sei giorni di rivoluzione non hanno sconvolto il mondo. Più modestamente, lo hanno tranquillizzato. Le mamme russe ora portano i figli a visitare le barricate che hanno protetto Eltsin e il suo parlamento dai militari. Come la signora Ludmila Salnikova, che già la sera di giovedì 21 agosto conduce per mano la figlia Xenia di 8 anni a vedere in Piazza Rossa i fuochi d'artificio della festa antigolpista. La incontriamo in metropolitana, alla stazione del viale della Pace (Prospekt Mira).


È eccitata, felice e arrabbiatissima: «Dopo i botti andremo ad assaltare la sede del partito comunista», annuncia. «Ho appena visto la conferenza stampa di Gorbaciov in tv, quello scemo difende ancora il partito che l'ha tradito». Nella carrozza del metro (il biglietto costa quindici copechi, sei lire italiane) la gente legge i quotidiani con i primi titoli sul golpe fallito. I generali golpisti avevano chiuso tutti i giornali tranne sei, quelli fedeli al Pcus. Il giorno dopo Eltsin li ha fatti riaprire tutti, tranne quei sei (tra i quali l'esimia Pravda).


Queste commoventi barricate, tenute su con tavoli, sedie, tondini di ferro, pezzi di pavé, perfino rami d'albero e tutto ciò che i giovani di Eltsin hanno trovato, sono diventate monumento nazionale. Nessuno osa più toccarle. Eppure tre filobus bruciacchiati ostruiscono il traffico su una delle principali circonvallazioni di Mosca. Vari deputati hanno proposto di lasciarne uno intatto per ricordo.


E per ricordare, adesso, la piccola Xenia, due anni dopo i suoi coetanei del muro di Berlino, si porta a casa un pezzo di fil di ferro della barricata come reliquia storica. Attorno si beve, si canta, si balla, si fa festa. Sono tornati il sorriso e l'entusiasmo sui visi tristi dei moscoviti. Perfino alcune guide turistiche dei greggi in viaggio organizzato hanno giunto una nuova tappa al tour della città: un po' di storia contemporanea, oltre a quella imbalsamata nel Cremlino.


Non si è ancora asciugata l'acqua nelle pozzanghere di viale Ciaikovski, in quel sottopasso illuminato dai neon arancioni che la Cnn ha mostrato a tutto il mondo in diretta nella notte degli scontri. Qui ci sono stati i tre morti che hanno pagato per tutti i milioni di russi il passaggio dalla dittatura alla democrazia.


A scuola ci hanno insegnato che la libertà concessa dall'alto, come quella della perestroika gorbacioviana, vale poco se non è conquistata anche con un conflitto, una rivolta, magari un po' di sangue. Per fortuna le rivoluzioni moderne sono sempre più spesso nonviolente. A volte hanno successo (Europa dell'Est, Filippine), a volte no (Cina, Birmania). «Ma la paura di una nuova strage tipo piazza Tian an men ha paralizzato molti soldati», commenta Oleg Finestein, scrittore, «questi generali non erano golpisti professionisti».


«Buonanotte amico, siamo con te». «In memoria vostra, amici». Nei tre punti dove si è ucciso ora ci sono montagne di fiori e queste scritte pitturate in bianco. «Riebata», amico, ha preso il posto di «Tovarish», compagno, parola squalificata perché comunista. Anzi, «comunista» è ormai diventato un insulto a Mosca. Centinaia di persone, soprattutto donne pie di mezza età che si raccolgono in preghiera, continuano a portar fiori ai nuovi martiri di viale Ciaikovski.


Arriviamo tardi, con Ludmila e Xenia, alla manifestazione contro la sede del Pcus (che poi Eltsin ha fatto chiudere), perché la grande attrazione della notte è l'abbattimento della statua di Felix Djerzinski, nella piazza di fronte alla sede del Kgb da lui fondato. Il giorno dopo è andata giù a picconate la statua di Sverdlov, e adesso tutti i dirigenti bolscevichi rischiano. Anche il monumento a Lenin in piazza Octoberskaia è nel mirino dei moscoviti.


«Io butterei giù anche il busto di Marx di fronte al teatro Bolscioi», propone Ludmila ormai in preda a furia iconoclasta. Per adesso ci si sfoga con le scritte. Sul basamento di Marx con l'appello storico «Proletari di tutto il mondo unitevi» qualcuno ha aggiunto «...e combattete contro il comunismo». Il giorno dopo invece campeggia un grosso «Scusatemi». Un turista stalinista italiano che indossa una giacca a vento con la scritta Cariplo comincia a urlare: «Porci fascisti! Dopo che li hanno fatti studiare tutti gratis, bel ringraziamento!»


Poco più in là, in piazza del Maneggio, cominciano i funerali di stato per le tre vittime. Cerimonia lunghissima e solenne che raggiunge l'apice quando, sotto la Casa Bianca, Eltsin raggiunge il corteo e porta le condoglianze ai parenti. Per la verità ai funerali non c'era moltissima gente, al massimo centomila persone. Non è neanche vero che la gente si rivolta in massa contro il partito comunista: la vita va avanti tranquilla, ed erano poche centinaia i dimostranti contro il palazzo del Comitato centrale del Pcus (quello dentro al Cremlino su cui adesso sventola la bandiera tricolore russa al posto di quella rossa).


In realtà questa è una rivoluzione soprattutto televisiva, con decine di milioni di persone le quali ogni giorno si bloccano davanti alle tv che trasmettono tutto in diretta e a canali unificati per ore e ore. Va bene l'entusiasmo per la libertà, ma se la gente non ricomincia a lavorare l'economia andrà ancora più a rotoli. Ora l'inflazione è al 100 per cento, i prezzi raddoppiano ogni anno. La produzione è crollata di un decimo e il rublo si cambia a quaranta lire, contro le 700 del cambio ufficiale.


L'unico posto a Mosca dove fra i lavoratori regna una perfetta e disciplinata efficienza, senza televisori nel retro ad aggravare la leggendaria accidia slava, è forse Pizza Hut. La Casa della pizza americana ha aperto da poco due ristoranti: uno nell'ex via Gorki tornata all'antico nome Tverskaia, l'altro in viale Kutuzovski, dove stanno molte redazioni di giornali e tv straniere che il governo sovietico costringe in quasi topaie.


Pizza Hut è un esempio agghiacciante di come potrebbero finire le cose se i governanti sovietici non introdurranno la libertà di mercato. Ogni ristorante ha tre porte. In due si paga con rubli (per sedersi e per l'asporto), nella terza in dollari. In teoria anche un russo potrebbe avere dollari. In pratica no, visto che dieci dollari, il minimo per chi vuole mangiare qualcosa, equivalgono a 320 rubli. Cioè la metà di uno stipendi mensile medio.


Così Pizza Hut e tutti i posti dove si può pagare in dollari hanno file lunghissime per i russi schiavi del loro rublo, mentre l'entrata è libera per i privilegiati occidentali. Ceto, non si può passare al libero mercato da un giorno all'altro. Ma Gorbaciov finora non ha riformato granché. I russi sperano che Eltsin vada più avanti. «Tanto, peggio di così non possiamo stare», dice Andrei Sedov, ingegnere che da sei mesi ha abbandonato l'industria militare in cui lavorava e si è messo in proprio con una sua società.


Mauro Suttora