Rwanda


Memorie di un genocidio
di Livio Senigalliesi


Un milione di Tutsi e Hutu moderati morti in soli 100 giorni, almeno 250mila donne violentate, un intero popolo avvelenato dall'odio etnico. Questo il bilancio del genocidio ruandese. Un olocausto africano senza precedenti, paragonabile solo allíorrore della Shoah o ai Killing Fields cambogiani, che insanguinò il Ruanda nella primavera del 1994, mentre la comunità internazionale e l'Onu distoglievano lo sguardo.
In poco più di tre mesi estremisti della maggioranza Hutu massacrarono sistematicamente a colpi di machete i membri della minoranza Tutsi.
Le campagne e le chiese diventarono mattatoi, mentre "Radio Mille Colline" avvertiva che "la fossa non era piena". Ciò fino all'arrivo del Fronte Patriottico Ruandese che provocò la fuga di circa 2 milioni di Hutu che sconfinati in Congo continuano a destabilizzare Kivu ed Ituri.
Oggi, a distanza di tanti anni, il Ruanda resta un Paese percorso dalle ombre di una memoria terribile. Una terra disseminata di ossari, dove 120mila detenuti per crimini legati al genocidio affollano le carceri, ma in cui affiora anche la voglia di ricominciare e dove le donne stanno diventando sempre più protagoniste.


Nyamata
Intorno alla grande chiesa di Nyamata, 25 chilometri a sud di Kigali,vagano due sopravvissuti: Mukama Tharcis e Rwema Epimaque.
Hanno perso tutto e quel luogo, diventato una tomba collettiva, rimane il loro unico punto di riferimento. A voce bassa raccontano che nella chiesa e nella zona intorno morirono durante il genocidio circa ventimila persone. Poi confidano quanto sia importante, ma al tempo stesso doloroso, custodire la memoria.
La chiesa è inondata da una strana luce che penetra dalle vetrate e dagli squarci aperti nel muro dalle granate lanciate dagli "interahamwe" il giorno in cui si svolse il massacro. C'è un silenzio irreale, interrotto solamente dal rumore dei topi che corrono fra le assi del tetto. Sul pavimento e sullíaltare ci sono ancora tracce di sangue.
I resti delle vittime sono stati raccolti in una cripta nel sotterraneo della chiesa. Anche all'esterno c'è un immenso ossario sotterraneo: 48 loculi in cui sono contenuti migliaia di teschi. Una scala ripida conduce a quelle stanze buie. Sembra di scendere all'inferno e di sentire ancora líeco delle urla, come se la paura avesse marchiato indelebilmente líaria e la terra.


Un angelo di nome Jacqueline
Jacqueline Mukansonera, 41 anni, di etnia hutu, è un esempio di coraggio oltre le barricate. Nel 1998 ha ricevuto a Bolzano il premio "Alexander Langer" per aver salvato la Tutsi Yolande Mukagasana, autrice del libro La morte non mi ha voluta.
"Quando è iniziato il genocidio ho capito per la prima volta il significato di appartenenza etnica" ricorda. "Il giorno in cui ho visto Yolande affacciarsi al recinto della mia casa, braccata dai cani e in cerca d'aiuto, non ho esitato a nasconderla e lo rifarei anche oggi".
Yolande era tra le persone più ricercate dagli estremisti hutu in quei giorni. Più volte citata alla radio come esponente dell'intellighenzia tutsi "che doveva morire". Nonostante il rischio altissimo, Jacqueline la nascose sotto il lavello della cucina. La faceva uscire solo di notte per nutrirla e massaggiarle i muscoli rattrappiti. Le due donne non potevano nemmeno parlarsi per paura di essere scoperte: "Per comunicare usavamo dei bigliettini. Alla fine ho dovuto spostare Yolande in un luogo più sicuro, procurandomi un documento d'identità falso e corrompendo un poliziotto" spiega Jacqueline.
Oggi Jacqueline sogna "un'internazionale dei giusti" e lancia un appello a tutte le donne perchè non dimentichino il Ruanda. Ha fondato e lavora presso l'associazione "Jya Mubandi Mwana", un gruppo autogestito di madri di bambini disabili.


Una lenta agonia
I pubblici ministeri ed i giudici del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, con sede ad Arusha, quando si trovarono a giudicare i maggiori responsabili del genocidio, si resero conto che oltre ai feroci omicidi di massa, era stata perpetrata sistematicamente la violenza sessuale.
Anche se quasi tutte le donne furono uccise prima di poter raccontare le loro storie, un rapporto delle Nazioni Unite ha concluso che durante il genocidio almeno 250mila ruandesi furono stuprate.
Le violenze di gruppo furono spesso accompagnate da sevizie e commesse pubblicamente per amplificare il terrore e la degradazione delle vittime. Molte donne temevano la vergogna dello stupro a tal punto da implorare di essere uccise.
Spesso le violenze sessuali erano preludio della morte, ma a volte le vittime venivano risparmiate perchè la loro umiliazione servisse da avvertimento e ferisse le persone a loro vicine.
Per di più l'elevata diffusione dell'Aids condannava le sopravvissute ad una lenta e dolorosa agonia. Secondo uno studio di "Avega", l'associazione delle vedove del genocidio, il 70% delle donne sopravvissute agli stupri (e molti dei loro figli) oggi hanno l'Aids.