| IL GUATEMALA DI OGGI NELLE PAROLE DI RIGOBERTA MENCHU' di Livio Senigalliesi Premio Nobel per la pace nel 1992, Rigoberta Menchù è nata il 9 gennaio 1959 nel villaggio contadino di Chimel, fra le montagne del Quichè in Guatemala. Fuggita giovanissima dal Paese negli anni della dittatura militare, dopo che una parte della famiglia era stata sterminata dagli 'squadroni della morte', ha condotto durante gli anni dell'esilio un'incessante e pacifica lotta per i diritti dei popoli indigeni. Nel dicembre del '96 sono stati firmati gli accordi di pace tra il Governo e la guerriglia ed è iniziato un lento processo di democratizzazione del Paese. Tornata da pochi mesi in Guatemala su invito del nuovo Presidente Oscar Berger, ha ricevuto l'importante e delicato incarico di ambasciatrice per la pace con delega speciale per la questione indigena. Guatemala City Da quando è tornata in patria, Rigoberta Menchù viaggia continuamente guardata a vista dagli uomini della scorta. Le sue giornate sono frenetiche. Partecipa alle riunioni di governo e presiede la commissione per i diritti delle popolazioni indigene. E' in continuo contatto telefonico con alti funzionari o gente comune che le chiede aiuto. La sua agenda è zeppa d'impegni ma non rinuncia mai ad incontrare la sua gente, le popolazioni Maya, di cui lei stessa fa parte e a cui dedica tutta la sua vita. E' proprio in uno di questi momenti tanto emozionanti e dolorosi - la riesumazione di corpi da un cimitero clandestino nel villaggio di San Martin Jilotepeque - che ho avuto l'onore di accompagnarla e nel corso del quale mi ha rilasciato un'intervista esclusiva in cui parla con passione e a ruota libera dei problemi attuali del suo Paese. La pioggia cade furiosa. Il sentiero è ripido e scivoloso ma Rigoberta Menchù, arrampica circondata dalla gente dei villaggi, accorsa per vederla ed assistere insieme all'esumazione dei corpi di 11 vittime innocenti della repressione dell'esercito negli anni '80. Solo ora, dopo il suo ritorno in Guatemala e l'impegno della commissione per fare finalmente luce sulle responsabilità del genocidio, i testimoni oculari degli eccidi ed i parenti delle vittime hanno il coraggio di svelare dove si trovano i cimiteri clandestini. Giunti sul posto, una radura nella foresta a più di 2000 metri di altitudine, Rigoberta incontra i parenti delle vittime. Sono persone semplici. Portano vestiti tradizionali. Hanno volti scarni, segnati dagli anni e dal dolore. L'abbracciano come se fosse una sorella e lei piange commossa. Rigoberta ascolta in silenzio i racconti terribili di quello che è successo tra quei monti venti anni fa, poi si cala nella fossa e bacia la terra che circonda i cadaveri. Ringrazia il gruppo di antropologi della Fondazione di Anatomia Forense che svolgono con grande impegno il delicato lavoro di scavo e l'analisi dei resti per il riconoscimento delle vittime. Nella fossa giacciono 11 corpi, così come la morte li ha raggiunti. Alcuni sono senza cranio, decapitati durante l'esecuzione sommaria operata da soldati governativi o dai famigerati 'patrulleros' - gruppi di paramilitari a cui si attribuiscono le stragi più feroci. Alcune vittime hanno la bocca spalancata e la base del cranio sfondata. Sono stati freddati da un colpo di pistola sparato in bocca. Ci sono anche i resti di tre bambini, ma nessuno riesce a dare loro un nome. Rigoberta parla con un fil di voce in lingua Maya alla gente del villaggio assiepata intorno alla fossa. Il suo viso è rigato dalle lacrime. Parla nell'idioma locale affinché tutti capiscano le sue parole di dolore e comprendano che lei è una di loro. Depone un mazzo di fiori coloratissimi e profumati vicino ai cadaveri. Accende le candele e dice:"Da quando sono tornata, tante volte ho partecipato alle esumazioni. Lo ritengo un dovere morale e civile. Ogni volta piango e sono sconvolta come fossero i corpi dei miei genitori e dei miei fratelli Patrocinio e Victor. Anche loro sono stati uccisi così ed il mio dolore è tanto forte perché non so dove siano i loro corpi. Anche loro saranno in un cimitero clandestino come questo. Comunque ringraziamo il Signore. Questo è un momento tragico ma anche di festa perché finalmente possiamo dare loro una sepoltura degna e portare fiori sulla loro tomba". Gli anziani genitori delle vittime si stringono intorno a lei. La ringraziano per la presenza e per il suo impegno decennale a favore delle popolazioni indigene. Una preghiera comune e fumi d'incenso circondano le vittime. Poi le ossa vengono rimosse, catalogate e chiuse in buste sigillate dagli antropologi che continueranno le loro analisi presso i laboratori della capitale. L'incontro è terminato. Infuria il temporale tropicale e le guardie del corpo invitano Rigoberta a rientrare. Altri impegni l'attendono, tutti connessi col tema del risarcimento delle vittime e la lotta per i diritti delle comunità indigene. A bordo dell'auto con la scorta che corre verso la capitale, Rigoberta Menchù rilascia a caldo un'intervista esclusiva. D. Il Guatemala di oggi. I problemi del dopoguerra. Cos'è cambiato dopo il suo ritorno in patria con il delicato incarico di ambasciatrice di pace? R. La situazione odierna in Guatemala è molto complessa. La firma della pace non è stata solo un atto ufficiale del '96 ma ha richiesto un processo di smobilitazione della guerriglia, il ritorno della popolazione sfollata, l'accertamento della violazione dei diritti umani. Nel Paese è in corso una grande discussione sul passato degli anni della dittatura. Una storia tragica e dolorosa non solo per l'enorme quantità di morti e desaparecidos, non solo per l'impatto della violenza e della tortura sulle comunità indigene, ma anche per le conseguenze attuali e per la necessità di sancire il diritto delle vittime alla verità. Questa verità riguarda tutte le vittime dirette ed indirette, le donne e gli orfani. Ci sono infatti molti bambini orfani che non hanno un'identità perché i genitori sono morti e sono stati adottati da altre famiglie. Però non sono stati registrati all'anagrafe, non sono figli né dei loro genitori naturali né di quelli adottivi. Il diritto ad un documento d'identità è molto sentito e non esistono inoltre politiche pubbliche per l'infanzia e i giovani. La situazione economica non è facile. Nelle aree rurali manca tutto. C'è la richiesta di un piano governativo che possa offrire un'alternativa di vita e di lavoro ma nessun partito politico è realmente vicino ai problemi della gente. Per questo c'è molto pessimismo e c'è una diffusa paura per la violenza operata dalle 'maras' - bande di delinquenti di strada - spalleggiate dai poteri forti dello Stato. Molti membri della classe dirigente, militari, imprenditori e politici sono gli stessi che hanno governato il Paese nel periodo del terrore. Hanno creato un potere parallelo. Sono mandanti di omicidi che rimangono spesso impuniti. Un esempio per tutti è quello di Monsignor Gerardi. (ndr. vescovo guatemalteco ucciso per aver pubblicato un ampio documento di denuncia contro i crimini operati dalla dittatura militare). Il Guatemala deve fare i conti col suo passato. Bisogna fare un duro lavoro per recuperare i valori di non violenza e di convivenza civile. La morte e gli omicidi hanno segnato la nostra storia. La violenza domina la nostra società. C'è allarme e preoccupazione per i numerosi omicidi di donne. Innumerevoli sono i casi di violenza sessuale. Le vittime non sono in grado di tutelarsi legalmente e quindi la violenza continua a perpetrarsi a causa dell'impunità. D. Memoria e giustizia. R. E' ancora vivo in me il ricordo di Myrna Mack Chang, una donna molto colta, con una rigorosa etica morale. La prima donna che abbia avuto il coraggio di occuparsi della tragedia delle vedove, degli orfani, dei desplazados (ndr. sfollati), delle comunità della popolazione in resistenza: è stata assassinata con 27 colpi di pugnale. L'inchiesta ha chiarito e alcuni degli stessi assassini hanno ammesso che l'uccisione era avvenuta per 'ordini superiori' impartiti da alti comandi militari, ma fino ad oggi giustizia non è ancora stata fatta. La cosa forse più terribile è che in Guatemala si sa benissimo chi sono coloro che uccidono. Gli unici che sembrano non saperlo sono i giudici, che trovano sempre un modo legale per assolverli. Il popolo conosce i nomi degli assassini e commentano negativamente le assoluzioni. Vige ancora la legge dell'impunità. Malgrado tutto io continuo a lottare e ho la massima stima per coloro che cercano di cambiare le cose. Ci vorrà del tempo. D. Riguardo il problema dei processi e dell'impunità, la recente sentenza per la strage di Xaman che condanna 14 soldati e ufficiali dell'esercito a pene fino a 40 anni di carcere, sembra un primo passo verso un nuovo corso. (n.d.r. Il 5 ottobre 1995 nel villaggio rurale di Xaman, una pattuglia dell'esercito uccise senza motivo donne, vecchi e bambini inermi). R. Provo un sentimento di sollievo e di gioia dopo questa sentenza. E' la prima volta che la Corte di giustizia ha il coraggio di condannare dei militari. Rende onore a delle vittime innocenti. Non posso dimenticare il piccolo Santiago. Aveva solo 10 anni quando i soldati gli hanno sparato mentre pescava sulla riva del fiume. Siamo riusciti a spostare i procedimenti dai Tribunali militari a quelli civili. Era l'unico modo di lottare contro l'impunità. Le forze armate hanno ostacolato in ogni modo il corso della giustizia. Alla Fondazione il processo è costato molto. Ho dedicato a questa causa tutti gli introiti che derivavano dalla vendita dei miei libri e gli onorari degli incontri pubblici. Con tutti i soldi serviti a pagare gli avvocati avremmo potuto costruire tante scuole! Indicibili sono anche le sofferenze psicologiche e lo stress dovuto ai tempi lunghi e alle trappole poste dai militari per confondere la corte ed intimidire i giurati. D. La questione del risarcimento delle vittime è molto sentita e di grande attualità. R. Risarcimento significa soprattutto verità, verità storica e giusta dignità per le vittime. Il Governo non ha ancora avuto il coraggio di ammettere che si trattò di un genocidio organizzato e sistematico della popolazione indigena. Anche nel testo degli accordi di pace non c'è la parola 'Genocidio'. Gli stessi capi della guerriglia hanno dovuto accettare questo compromesso e la cosa ci fa male. Pretendiamo dignità per i vivi e per i morti ed una giusta compensazione economica. Dobbiamo pensare agli anziani che hanno perso tutto e vivono in miseria. Dobbiamo finalmente istituire il beneficio delle pensioni per tutti. Fino ad oggi le pensioni sono un privilegio che riguarda solo politici e militari. E dobbiamo pensare agli orfani e ai più vulnerabili. Anche loro hanno diritto ad un futuro! Altro punto importante è il diritto alla casa per tutti coloro che l'hanno persa durante gli anni della repressione. Anch'io ho perso tutto. La casa della mia famiglia, nel villaggio di Chimel, è stata bruciata dai soldati e solo ora, dopo tanti anni, sto finalmente terminando di costruire una casa. La mia prima casa in Guatemala. E' anche arrivato il momento di pensare ad un progetto di salute pubblica e di prevenzione. Al tempo della guerra nessuno ci pensava! Era già tanto se eravamo vivi! D. Il suo parere sulla guerra e la risoluzione dei conflitti. R. Sento che manca da parte dei protagonisti della scena internazionale una strategia comune per evitare la guerra. Gli artisti, i pacifisti e le buone parole del Papa non bastano a fermare la guerra. Manca la volontà di prevenire i conflitti. E' come se il mondo guardasse dalla finestra mentre pochi decidono, bombardano, uccidono e si spartiscono intere aree strategiche della Terra. Dobbiamo essere più attivi, promuovere il dialogo e la riconciliazione politica. In Guatemala le donne sono la parte più attiva della società civile. Siamo protagoniste delle lotte ma la situazione non è molto cambiata. Le comunità indigene sono sempre emarginate e vittime del razzismo e del sottosviluppo. L'importante è che tacciano le armi, ma è certo che esistono ancora troppi condizionamenti che non permettono la piena partecipazione degli indigeni Maya - che sono l'87% della popolazione - alla vita politica. Per loro non c'è ancora una chiara speranza di lavoro e di vita dignitosa. La responsabilità è di tutti. Le giovani generazioni stanno crescendo in un clima di odio e di guerra e se questo è il nostro insegnamento anche loro riterranno giusto farlo. D. Un ricordo di sua madre ed il ruolo della donna nella società guatemalteca di oggi. R. Quando scrissi il libro "Mi chiamo Rigoberta Menchù", mi sentivo malissimo e non riuscii ad affrontare l'argomento di mia madre. Parlai molto di più di mio padre (ndr. ucciso dai militari nell'assalto all'Ambasciata di Spagna). Ma ciò non significa che mia madre avesse meno importanza, anzi. Mia madre è stata una donna di grande valore, coraggiosa, forte e chi l'ha uccisa non ha assassinato solo una donna, una madre, ma anche una curandera, una comadrona (ndr. ostetrica del villaggio), una saggia molto ascoltata, una vera e propria assistente sociale dei giorni nostri. Ogni volta che mi trovo a lottare per le rivendicazioni dell'identità fisica e culturale delle popolazioni indigene, penso sempre a mia madre e provo ancor più ammirazione. Lo straziante dolore provocato dalla sua morte non avrà mai fine. Faccio l'esercizio del ricordo. Mia madre rappresenta al tempo stesso la donna e l'indigena e simboleggia una doppia emarginazione. Vivo nella speranza che un giorno donne ed indigeni posso realizzarsi in una società giusta e priva di discriminazioni. Molte donne sono ora protagoniste della società guatemalteca. Già tante lo sono state e hanno dedicato tutte le loro capacità ed il loro coraggio negli anni della lotta e del dopoguerra. L'attività di molte di loro è stata fondamentale per lo sviluppo della Fondazione Menchù e delle altre associazioni come Conavigua, l'organizzazione delle vedove del genocidio. Proprio la leader storica di questa organizzazione - Rosalina Tuyuc - è stata nominata in questi giorni Presidente della commissione per il risarcimento delle vittime del genocidio. Stiamo vivendo un momento cruciale nella storia di questo Paese. Desidero che le donne Maya partecipino allo sviluppo e sono certa che possano dare un contributo fondamentale. Allo stesso modo ci sono donne nel resto del mondo che devono assumersi il compito di fermare la violenza, promuovere la tolleranza, il rispetto reciproco, la cultura di pace. E' il grande lavoro che ci attende in questo nuovo millennio." Intervista esclusiva per la rivista Latinoamerica diretta da Gianni Minà. Un ringraziamento particolare per la preziosa collaborazione a Paul Menchù e Alberto Fuentes della Fondazione Rigoberta Menchù Tum. |