| Kosovo, come si vive nella polveriera dei Balcani. Nove anni dopo la guerra, per la maggioranza albanese l'indipendenza è un sogno che diventa realtà. Per i serbi è un incubo. Sullo sfondo il rischio di un pericoloso effetto domino. Testo di Domenico Affinito, foto di Livio Senigalliesi per Corriere Magazine (pubblicato 7 febbraio 2008). La grande ciminiera della centrale elettrica di Obilic sputa fumo tutto il giorno. Un fumo biancastro così denso che sembra che le nuvole che coprono la pianura kosovara nascano da lì. Ai piedi della torre di cemento una grande vasca raccoglie l'acqua di raffreddamento il cui scroscio, chiudendo gli occhi, ricorda il rumore di una cascata. Tutto intorno una distesa di rifiuti in mezzo alla quale passa l'unica linea ferroviaria ancora attiva: un vecchio treno sovietico che, come un cordone ombelicale, collega il Kosovo alla Serbia. Quando la locomotiva arriva a Mitrovica, la piccola Berlino kosovara divisa in due dal fiume Ibar, il personale albanese scende e sul convoglio sale quello serbo. È l'unico elemento di contatto tra Belgrado e Pristina la ribelle che si accinge a dichiarare l'indipendenza. La vecchia centrale di Obilic è un paradigma del Kosovo di oggi: nonostante la comunità internazionale abbia speso quasi 30 milioni di euro per rimodernarla, a Pristina l'elettricità manca ancora diverse ore al giorno e in campagna è anche peggio. Tutta colpa della corruzione che è uno dei principali problemi della regione sotto egida Onu. Il neopremier Hashim Thaci punta il dito contro i suoi predecessori e promette che il suo governo sarà geneticamente diverso: "Nessun ministro potrà avere le mani sporche - assicura - e a nessuno sarà permesso avere interessi nell'economia nazionale. Questo è il passato". Il leader del Pdk, uscito vincente dalle elezioni politiche dello scorso novembre, non ha ancora adeguato il proprio stile di vita al rango di primo ministro: la segreteria nazionale del suo partito rimane confinata in tre stanze al quarto piano di una palazzina senza ascensore nel centro di Pristina. Ma il "serpente", come era chiamato ai tempi dell'Uck, è a proprio agio nel doppiopetto blu e risponde sicuro e controllato anche quando si affronta il tema delicato dello status politico. "Abbiamo discusso per due anni - taglia corto Thaci. Ora è giunto il tempo delle decisioni: il Kosovo è pronto per l'indipendenza. C'è già la bandiera e c'è già anche la costituzione nazionale che è molto moderna e forse addirittura più avanzata - azzarda il neopremier - di quella di altri paesi europei". Un'indipendenza che 20 dei 27 paesi dell'Ue sono pronti a riconoscere da subito e che era attesa in questi giorni, stando alle dichiarazioni ufficiali, ma che secondo il quotidiano Koha Ditore sarà spostata al 17 febbraio o al 7 marzo, mentre secondo fonti governative la data giusta sarebbe quella del 23 marzo. Per la comunità albanese (il 90% della popolazione) l'ipotesi di uno stato autonomo è la soluzione a tutti i mali e ha alimentato il sogno di un Kosovo ricco e felice, preambolo di un veloce ingresso nell'Ue. Un fuoco sul quale hanno soffiato tutti i politici locali tanto che ormai è dato per certo l'arrivo, dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza, di ingenti investimenti internazionali: "Le società straniere - ha detto il presidente Fatmir Sejdiu - verranno a impiantare qui le loro aziende". Un sogno dal quale i kosovari rischiano di risvegliarsi bruscamente. La realtà di oggi, infatti, parla un'altra lingua e racconta di una regione che ha un'economia inesistente, che è priva di ricchezze naturali (se non acqua e lignite), che applica imposte sugli utili aziendali più alte dei paesi confinanti e che ha una disoccupazione al 60%. Un paese il cui tessuto sociale è logorato da una corruzione che arriva fino ai piani più alti del potere, tanto da aver coinvolto il vicecapo della missione Onu Steven Schook. Il nome dell'ex generale americano, considerato un intoccabile fino a pochi mesi fa e silurato a fine dicembre, è stato associato a quello di politici e affaristi locali di dubbia reputazione, oltre che a vicende a sfondo sessuale. Pratica, quest'ultima, che da sempre ha coinvolto il personale internazionale, assiduo frequentatore dei bordelli proliferati negli ultimi anni sotto le mentite spoglie di motel che punteggiano, con le loro insegne al neon, le periferie delle più grandi città kosovare. In combutta con l'ex ministro dell'Energia Ethem Ceku, stando alle accuse, Schook avrebbe fatto pressioni per far approvare l'appalto di una nuova centrale termoelettrica. Un progetto da 3,5 miliardi di dollari e che sarebbe pensato più per gli interessi degli investitori stranieri che per le reali necessità del Kosovo e che vede coinvolti esponenti politici di diversi partiti, compreso il Pdk del neopremier Thaci. Ora proprio Thaci ha promesso di combattere la corruzione. Un primo passo potrebbe essere quello di spezzare la cattiva abitudine di inserire parenti nei posti chiave dell'amministrazione, senza alcun riguardo per la professionalità. Tradizione onorata dagli ultimi tre premier che hanno promosso fratelli e sorelle ai più alti gradi delle strutture di governo, come denuncia l'ong anticorruzione Cohu. L'altro grosso problema del Kosovo è rappresentato dall'economia che non più tardi di tre anni fa era in recessione. Nel 2007 la crescita è stata del 4,62% rispetto al 2006 per un totale di 2,378 miliardi di euro; ma anche considerando un sommerso da 1,2 mld di euro, come accertato da uno studio Onu, ogni kosovaro produce non più di 1880 euro all'anno di pil nel migliore dei casi: un quindicesimo di un italiano. E così la regione dipende dalle rimesse della diaspora albanese, dal denaro che Belgrado dà ai serbi e dalla missione dell'Onu Unmik, il più importante datore di lavoro in zona. In questo degrado economico si è fatta strada, a dispetto della presenza militare Nato, la criminalità organizzata che ha stretto sinergie a prescindere da quelle differenze etniche che la politica non riesce a superare. Secondo Europol le mafie della zona (albanese, albanese kosovara, serba e macedone) controllano insieme la rotta balcanica, la principale porta d'accesso all'Europa meridionale per armi ed eroina provenienti dalla Turchia e per le donne dell'ex blocco sovietico destinate al mercato della prostituzione. Nelle enclave le difficoltà economiche si fanno sentire maggiormente. I 100mila serbi rimasti sono più poveri degli albanesi poveri e, soprattutto, non hanno speranze. La loro comunità ha un'età media di 58 anni: i giovani che hanno potuto sono scappati e la maggioranza di quelli che sono rimasti non vede l'ora di abbandonare il Kosovo, magari sposandosi oltrecortina. Per i serbi che vivono nelle enclave più lontane dalla madrepatria l'indipendenza significherebbe essere condannati a un definitivo isolamento. E a nulla valgono le promesse del premier Thaci di un futuro di pace, stabilità e tolleranza interetnica: l'unica garanzia in cui credono è quella della Kfor, come succede a Decani o a Pec nel settore ovest, sotto il comando italiano, ai confini con Albania e Montenegro. "I soldati italiani hanno fatto qualcosa di unico - dice "madame" Dobrilla, 78enne laica che da 9 anni vive nel patriarcato di Pec -: dopo l'ondata di violenze del 2004 contro i luoghi sacri ortodossi hanno accompagnato due preti serbi a perlustrare ogni chiesa distrutta o bruciata, recuperando dalle macerie gli oggetti sacri e le opere d'arte, per portarli al patriarcato, fotografarli e catalogarli. Le famiglie dei vostri militari devono essere fiere di quello che i ragazzi italiani fanno in Kosovo e di come rappresentano il loro paese". A nord di Mitrovica la situazione è diversa. Qui vive, in un'unica enclave contigua al confine, il 40% dei serbi kosovari. Il prefisso telefonico è quello di Belgrado, le auto hanno le vecchie targhe yugoslave e la moneta corrente è il dinaro. Qui la reazione a un'eventuale dichiarazione unilaterale di indipendenza potrebbe assumere i caratteri della secessione. Un'ipotesi preoccupante, secondo l'International Crisis Group, perché questo potrebbe scatenare la richiesta degli albanesi che vivono nella valle del Presevo, in Serbia, o a Tetovo, in Macedonia, di essere annessi al Kosovo, riaccendendo le insurrezioni violente del 2000. Anche per questo la Nato ha inviato duemila fanti americani e alcuni elicotteri a presidiare l'intero confine a nord di Mitrovica. "Saremo risoluti contro chiunque ricorrerà alla violenza - ha affermato il segretario generale dell'alleanza atlantica Jaap de Hoop Sheffer -. Indipendentemente dal suo status, il Kosovo deve restare un luogo dove gli albanesi, i serbi e gli altri possano vivere insieme, liberi dalla paura e dall'intimidazione". Ma questo non è sufficiente a garantire un'effettiva convivenza che è ostacolata dagli odi degli uni contro gli altri, alimentati dalle cicatrici del passato come quella dei 530 dispersi che la guerra non ha ancora restituito, le cui immagini tappezzano la cancellata davanti alla sede del parlamento a Pristina. Per la comunità internazionale il rompicapo kosovaro rischia di essere un puzzle in cui i pezzi non si incastrano gli uni con gli altri. Dopo il fallimento di tutte le trattative, l'unica proposta politica plausibile rimane quella dell'inviato dell'Onu Martti Ahtisaari con la sua "indipendenza sui generis sotto supervisione internazionale", come l'ha definita il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, ma che è invisa sia a Pristina sia a Belgrado. Stando così le cose il rischio è quello di una crisi a effetto domino che risvegli il separatismo delle diverse minoranze: "Il Kosovo indipendente è un cancro per l'Europa" ammoniva profeticamente uno dei cartelli esibiti dai serbi durante una manifestazione di dicembre. In qualche modo ne è convinto anche il sottosegretario agli Esteri Famiano Crucianelli: "La presumibile dichiarazione di indipendenza unilaterale degli albanesi - dice - rischia di essere un elemento di destabilizzazione per tutti i Balcani occidentali con pesanti ricadute nella Repubblica Srpska, l'entità serba della Bosnia che ha minacciato la secessione, e in Serbia nell'enclave musulmana del Sangiaccato e in quella ungherese della Vojvodina". Tensioni si sono già registrate in Kosovo e nel nord della Macedonia per le azioni dimostrative del gruppo armato albanese Aksh formato, secondo l'International Crisis Group, da ex dell'Uck, islamici, contrabbandieri e banditi. Il governo serbo, intanto, ha già adottato un piano di reazione che prevederebbe un embargo economico ed energetico a Pristina e una "controsecessione" della maggiori enclave serbe della provincia. Che la preoccupazione sia concreta lo dimostra anche il piano d'emergenza messo a punto dall'ufficio diplomatico italiano di Pristina per i 150 italiani che vivono in Kosovo. "Intendiamo sottolineare - si legge nella email inviata ai nostri connazionali - trattarsi di un evento routinario e meramente informativo, quindi da non intendersi assolutamente come un segnale di allarme". Peccato che, dal 1999, è la prima volta che l'ufficio senta l'esigenza di predisporre un piano simile. Segno che qualcosa può succedere. La dichiarazione di indipendenza, intanto, è già nel cassetto di Thaci. (FINE) Riguardo il possibile effetto domino scatenato dall'indipendenza del Kosovo, riportiamo qui di seguito un interessante intervento del Prof.Aldo Ferrari dal titolo 'Il Kosovo indipendente: paralleli caucasici?' pubblicato da ISPI . Scarica il pdf. |