Ruanda: dieci anni dopo
di Livio Senigalliesi

La storia del Ruanda è segnata inesorabilmente dal genocidio del 1994, in cui si calcola che circa 500-800 mila persone (fino a 1 milione secondo alcune fonti) vennero massacrate da estremisti hutu e dalle milizie interhamwe fedeli al presidente Juvenal Habyarimana, il cui assassinio - il 6 aprile di quell'anno - diede il via alla carneficina. Ma per secoli il Paese, analogamente al vicino Burundi, ha visto sul proprio territorio lo scontro tra le tribù nilotiche dei pastori tutsi, calati da Uganda ed Etiopia intorno al XV secolo, e gli agricoltori hutu, dediti all'agricoltura ed eredi, dal punto di vista antropologico, dei bantu.

I tutsi instaurarono in Ruanda dei regni che sopravvissero all'annessione coloniale dei tedeschi (che inclusero il 'Paese delle Mille Colline' nell'Africa Orientale insieme a Tanganyka e Burundi) e ai belgi, subentrati dopo la fine della Prima Guerra mondiale. Grazie all'appoggio dei bianchi, la minoranza tutsi consolidò il proprio potere fino al 1959 quando gli hutu - che componevano il 90% della popolazione - stanchi di vivere come servi della gleba si ribellarono alla monarchia tutsi.

La 'rivoluzione hutu' ebbe successo ed il Ruanda dichiarò l'indipendenza nel 1962 mettendo fine a decenni di colonialismo. Non fu una transizione indolore: il passaggio di potere causò sanguinosi scontri che provocarono alcune decine di migliaia di morti e l'esodo di centinaia di migliaia di tutsi verso nord, in Uganda. Nel 1990 il conflitto deflagrò nuovamente: i tutsi, organizzati nel Fronte Patriottico Ruandese (Fpr), iniziarono ad attaccare le zone settentrionali del Ruanda. Gli accordi di pace di Arusha (agosto 1993) non arginarono l'offensiva, visto il rifiuto del presidente Habyarimana di dividere il potere con i tutsi. Pochi mesi dopo, il 6 aprile 1994, gli estremisti tutsi assassinarono il capo di Stato che stava atterrando all'aeroporto di Kigali insieme al suo omologo burundese. Fu l'inizio della carneficina: in tre mesi vennero massacrati centinaia di migliaia di tutsi e hutu considerati moderati, in quello che è considerato l'ultimo genocidio del XX secolo.

Francia. Gran Bretagna e Belgio inviarono truppe (la tristemente famosa 'operazione turquoise') per la protezione e l'evacuazione dei propri cittadini. Salvati gli europei, la comunità internazionale e l'Onu abbandonarono i ruandesi alla furia del machete, anche a causa del colpevole attendismo degli Stati Uniti, che portano una notevole responsabilità politica di quanto accaduto. Il Fpr, guidato da Paul Kagame, prese il potere a luglio e nei mesi successivi si verificò uno spaventoso esodo di massa degli hutu, terrorizzati dalla sanguinosa vendetta operata nei loro confronti. Circa 2 milioni di profughi fuggirono verso l'allora Zaire, Tanzania e Burundi. Tra loro si nascondevano anche miliziani interhamwe e molti dei colpevoli dei massacri. Per individuare e giudicare i responsabili del genocidio l'Onu stabilì un apposito tribunale (Tribunale internazionale per i crimini in Ruanda, Tpir), ad Arusha, in Tanzania. Poche, meno di venti, le sentenze emesse in questi anni.

Intanto circa 120mila detenuti accusati di aver partecipato alla carneficina del '94 marciscono - in attesa di giudizio - nelle fatiscenti carceri statali e nei cosiddetti 'cachot', le prigioni comunali. Grazie all'intervento di alcune organizzazioni non governative e di ingenti aiuti finanziari dall'estero la loro situazione è migliorata leggermente negli ultimi anni. Il complesso percorso di riconciliazione si è dimostrato particolarmente difficile: il governo di transizione con un presidente hutu, Pasteur Bizumungu, e un vicepresidente tutsi (lo stesso Kagame, vero uomo forte del Paese) si è rivelato fallimentare e lo stesso Bizumungu viene incarcerato (si trova tutt'ora in prigione). A complicare lo scacchiere è il coinvolgimento del Ruanda nella guerra della vicina Repubblica democratica del Congo, nella cui area orientale (Kivu) i ruandesi hanno mantenuto fino a pochi mesi fa le proprie truppe e continuano a sostenere il principale movimento ribelle (Coalizione democratica per la democrazia, Rcd-Goma) che ha il suo quartier generale a Goma, sul confine con il Ruanda. Un rapporto dell'Onu (ottobre 2002) accusa la leadership ruandese di essere pienamente coinvolta nello sfruttamento illegale delle immense ricchezze naturali e minerarie dell'ex Zaire. Dopo aver sostenuto Laurent Desiree Kabila nella sua marcia per rovesciare il dittatore Mobutu (1996-97) a fianco dell'Uganda, il Ruanda di fatto ha dato vita a un feroce scontro con gli ugandesi, in particolare per il controllo di alcune aree strategiche (particolarmente ricche di diamanti e oro), come la città di Kisangani, nel nord dell'ex Zaire.

Nel 2000 Kagame è stato nominato presidente del governo di transizione dal Parlamento, ma senza un suffragio elettorale. Le prime elezioni del dopo-genocidio si sono svolte soltanto il 25 agosto di quest'anno, all'indomani dell'approvazione di una legge elettorale che introduce un parziale multipartitismo. Il capo di Stato uscente ha vinto con una 'maggioranza bulgara': il 95,05 per cento degli elettori ha votato per lui. Ma sulla regolarità del voto vi sono molti dubbi. Il principale sfidante di Kagame, Faustin Twagiramungu, hutu, ex primo ministro in esilio per 8 anni in Europa, ha accusato il suo avversario e il Fpr di brogli elettorali e intimidazioni. La conferma che le campagna elettorale non si sia svolta in modo trasparente è arrivata persino dal Dipartimento di Stato americano. Gli Usa, principali 'sponsor' di Kagame (che la Casa Bianca considera un'ottima 'base' nell'Africa dei Grandi Laghi) hanno redarguito il loro protetto. Dure critiche sull'intero processo elettorale delle presidenziali sono state espresse anche da Amnesty International, mentre gli osservatori dell'Unione Europea hanno rilevato irregolarità nelle procedure di trascrizione dei voti.

Nonostante questo, il 12 settembre numerosi capi di Stato africani sono accorsi a Kigali ad acclamare il riconfermato Kagame. Nel frattempo, cedendo alle pressioni di Usa e Ruanda, il Consiglio di sicurezza dell'Onu non ha rinnovato l'incarico a Carla Del Ponte, che guidava la procura del Tribunale penale per i crimini in Ruanda. L'ipotesi di aprire inchieste anche sul FPR - preannunciata dal magistrato elvetico - ha suscitato le ire del potente Kagame, che ha fatto pesare le influenti amicizie americane. A fine settembre i ruandesi (7 milioni di abitanti e circa 4 di aventi diritto al voto) sono tornati alle urne per scegliere i deputati del Parlamento. Come previsto, l'FPR di Paul Kagame ha vinto col 73% dei voti, in un Paese dove - insieme agli incubi del genocidio - restano ancora tante paure per la democrazia.

Una lenta agonia
I pubblici ministeri ed i giudici del Tribunale penale internazionale per il Ruanda con sede ad Arusha, quando si trovarono a giudicare i maggiori responsabili del genocidio, si resero conto che oltre ai feroci omicidi di massa si era perpetrata sistematicamente la violenza sessuale.

Anche se quasi tutte le donne furono uccise prima di poter raccontare le loro storie, un rapporto delle Nazioni Unite ha concluso che durante il genocidio almeno 250.000 ruandesi furono sistematicamente stuprate. Le violenze, per lo più compiute da molti uomini in successione, furono spesso accompagnate da forme di tortura fisica e furono eseguiti pubblicamente per moltiplicare il terrore e la degradazione. Molte donne li temevano a tal punto da implorare di essere uccise.

Spesso gli stupri erano preludio della morte, ma a volte le vittime non venivano uccise: l'umiliazione avrebbe così colpito non solo la vittima ma anche le persone a lei più vicine. Per di più, l'elevata diffusione dell'AIDS, condannava le sopravvissute ad una lenta e dolorosa agonia.

Durante il periodo del genocidio, il governo reclutò negli ospedali, tra i malati di AIDS, veri e propri battaglioni di stupratori con l'intento di diffondere sistematicamente la malattia. Francina e Liberata stanno ora morendo di AIDS. Hanno contratto la malattia a causa degli stupri di massa della primavera del '94. "Cosa succederà ai miei bambini quando non ci sarò più?" chiede Francina tra le lacrime.

Uno studio delle Nazioni Unite ha confermato la gravità del problema: il 31% dei bambini cresciuti durante il genocidio hanno assistito ad uno stupro, il 70% è stato testimone di uccisioni e migliaia hanno perso i genitori nel dopoguerra a causa dell'AIDS. Ho incontrato Mary nella sua piccola capanna di fango, ai margini della strada sterrata che porta ai grandi vulcani. Vive sola, emarginata, dove il villaggio si perde tra i banani. Mi racconta che gli stupri furono la sua prima e unica esperienza sessuale. Poi, distogliendo lo sguardo e tormentandosi le mani, ammette con un fil di voce di avere l'AIDS. Due delle ragazze sequestrate e violentate con lei per settimane, erano già morte nel corso degli anni. Secondo una stima ufficiale, il 70% delle donne stuprate durante il genocidio del Ruanda ha contratto l'HIV e la maggior parte di loro alla fine ne morirà.

Per ulteriori notizie e approfondimenti:
http://www.amnesty.it
http://www.un.org
http://www.hrw.org
http://www.Ruanda1.com
http://www.ictr.org
http://www.pbs.org
http://www.ushmm.org
http://www.gfbv.it

Libri:
Colette Braeckman - "Ruanda, histoire d'un génocide" - Ed.Fayard
Ryszard Kapuscinski - "Ebano" - Feltrinelli
Roberto Cavalieri - "Balcani d'Africa" - EGA
Fergal Keane - "Stagione di sangue" - Feltrinelli
Daniele Scaglione - "Istruzioni per un genocidio" - EGA
André Sibomana - "J'accuse per il Ruanda" - EGA
M.Fusaschi - "Hutu-Tutsi, alle radici del genocidio ruandese" - Bollati Boringhieri
Yolande Mukagasana - "La morte non mi ha voluta" - La Meridiana
Boubacar Diop - "Ruanda" - E/O
Linda Polman - "ONU" - Sperling Kupfer