| Transnistria e Gagauziya, Paesi fantasma ai confini della nuova Europa. Testo di Emiliano Bos, foto di Livio Senigalliesi per EAST. Moldavia e Romania si contendono la Transnistria, una enclave che per l'Unione Europea non esiste. Ma che esiste per le bande dell'illegalità, che l'hanno trasformata in una sorta di paradiso societario dove si può fare di tutto e di più. Un esempio: qui il consumo di carne è dieci volte quello medio europeo, non perché gli abitanti siano più ricchi ma perché… L'Unione Europea finisce con una curva a gomito. L'ultimo avamposto orientale del vecchio continente s'insinua tra Romania e Moldavia su dolci colline screziate di verde. Frontiera di Sculeni, nessuna cortina di ferro né cavalli di frisia. Solo un paio di cavalli bolsi davanti a un carretto carico di pannocchie. I moldavi premono forte sul cancello d'ingresso dell'Europa: oltre mezzo milione di persone sono già all'estero, in fuga dal "Paese delle badanti". Si scappa soprattutto verso Spagna, Portogallo e Italia, dove le moldave badano alle nostre nonne e i moldavi lavorano come muratori. Gli altri sono costretti a restare. Ana, 22 anni, iscritta al secondo anno di Giurisprudenza all'Università di Iasi, appena oltre il confine rumeno presenta la carta d'identità della sua disillusione: "Futuro? Qui non ce n'è. Possiamo solo esistere". Pendolare dentro e fuori l'Europa, la studentessa rientra ogni fine settimana in autobus a Chisinau, capitale della Moldavia. Il valico via terra segna l'ultimo confine europeo tra salvati e sommersi: di qui i rumeni, che almeno sulla carta avranno accesso agli immensi fondi strutturali di Bruxelles: di là i moldavi - tra l'altro per metà storicamente rumeni - che invece fuggono disperati da una repubblica nata dalle ceneri dell'Urss all'inizio degli anni Novanta, che in passato fu l'orto dell'Unione Sovietica. "Adesso invece è solo una nazione che si sta svuotando in modo drammatico: emigrare ormai è una routine più che un'opportunità", osserva Diana Cheianu-Andrei, docente di Sociologia della popolazione e demografia all'Università di Chisinau. "Come fai a chiedere a qualcuno di tornare qui a lavorare per 250 euro al mese se a Padova ne guadagna 800 più vitto e alloggio per curare un anziano?" riflette Corina Cepoi, 35 anni, direttrice del Centro per il giornalismo indipendente. "Un terzo dei miei 17 cugini è all'estero. Assistiamo a una vera dispersione delle famiglie", spiega ai tavolini di un elegante bar della capitale. Chisinau è vestita a festa per il week-end del vino, dedicato alla gloriosa tradizione enologica di quello che fu il vigneto degli zar, con oltre 160.000 ettari coltivati a viti. "Il vino può essere la strada per condurci in Europa", ci dice il presidente moldavo Vladimir Voronin in un veloce scambio di battute nello stand della "Kazayak Vin". "L'anno scorso la produzione è aumentata del 26%", aggiunge offrendo un calice di bianco al cronista. Norok, salute. Ma c'è poco da brindare in un Paese di 4 milioni di abitanti dove le pensioni minime sono di 28 euro al mese e un docente universitario ne guadagna un centinaio. Eppure gli emigrati - comprese le badanti dall'Italia - spediscono a casa oltre 1 miliardo di euro in rimesse, pari a un terzo del Prodotto interno lordo. Alexandru Muravschi, ex-vicepremier ed ex-ministro dell'Economia, ci spiega che il mercato immobiliare è il più dinamico: "C'è stato un vero e proprio boom delle riparazioni edilizie e delle nuove costruzioni". Risparmi investiti nel mattone ma non solo. "Anche nei beni di consumo d'importazione", sottolinea l'economista. Altrimenti non ti spiegheresti le lunghe file nei fast-food e nei negozi di cellulari su Boulevard "Stefano Cel Mare" (Stefano il Grande). Appena fuori Chisinau puoi toccare con mano i motivi reali che spingono all'esodo di massa verso Europa e Italia. L'auto caracolla in direzione sud. Saliscendi di vigne. Villaggi ordinati. Oche sull'aia davanti a dolci casette color pastello, prive però di acqua potabile e a volte anche di elettricità. "Qui restano soprattutto vecchi e bambini", spiega Elisa Magnifico della Caritas Ambrosiana di Milano, che da due anni vive da queste parti per seguire interventi sociali come l'assistenza agli anziani nella cittadina di Leova. Oppure a Orhei, nel nord, dove è stato avviato il primo progetto-pilota unico nel Paese, per strappare almeno sei ragazze tra i 16 e i 18 anni da un futuro squallido quanto il loro passato, evitando per loro la condanna allo sfruttamento sui marciapiedi d'Italia. L'imperativo economico è uno solo: andarsene. La Moldavia è ormai un "Paese in trasferta". Nel 2006, circa 35.000 moldavi hanno chiesto la regolarizzazione nel nostro Paese, dove ne sono già registrati centomila. Caso unico in Europa: secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), un quarto della forza-lavoro è all'estero. L'emigrazione sta sgretolando i legami famigliari. Ma c'è chi, per la famiglia, ha fatto letteralmente i salti mortali. Come la paracadutista Nina Ursachi, 48 anni, oggi pensionata. Insegnante in un asilo delle forze armate, nel 2000 rimase vedova e accettò il trasferimento nella sezione "Folgore" ereditando i gradi di maresciallo del marito. "Così ho avuto più tempo per curare i miei figli", spiega mostrando le foto in mimetica prima di uno dei suoi dieci lanci in paracadute. "Se potessi, lo rifarei ancora". Molti altri genitori, forse troppi, hanno compiuto il grande salto verso l'Europa, ma forse non lo rifarebbero. Rotta verso Shengen La Moldavia resta uno degli snodi continentali sull'autostrada dell'immigrazione illegale. Non è una novità. Lo conferma Natalia Popescu, 43 anni, infermiera, in Italia dal 2004. "Entrare illegalmente nel vostro Paese non è difficile: moltissime organizzazioni locali offrono questo servizio. Il problema è il costo eccessivo". Qualche mese fa Natalia era rientrata a Chisinau per un breve periodo. Poi la decisione di tornare in Italia. Non avendo speranza di ottenere un visto, si è affidata a uno dei numerosi gruppi paracriminali che gestiscono il traffico illegale di migranti. L'ingresso nella fortezza sguarnita chiamata Europa è avvenuto per la Slovacchia dopo aver attraversato l'Ucraina: "Abbiamo passato il confine a piedi di notte", racconta l'infermiera. Quindi il trasferimento a Vienna. E da lì - ormai al sicuro in territorio Schengen, senza più controlli alle frontiere - in Italia, a Milano. "Ho dovuto pagare 4.000 euro per un passaggio con un minibus, davvero troppo", dice Natalia. La Moldavia continua a essere "un'importante rotta" dell'immigrazione, attraverso il nord del Paese e il quasi inesistente confine con l'Ucraina: lo sostiene anche un rapporto della "Missione di monitoraggio e assistenza dei confini" (EUBAM), inviata dalla Commissione Europea a sorvegliare una delle frontiere più porose del Vecchio continente. Una strana guarnigione, unica nel suo genere, mandata alla fine del 2005 su richiesta formale dei governi di Chisinau e Kiev. L'Europa fortifica il limes Il limes tra la periferia d'Europa e l'ex-propaggine dell'impero russo misura 1.222 chilometri, che separano Moldavia e Ucraina. La missione "Eubam" lungo questa dorsale collinosa a metà strada le Alpi e gli Urali ha un doppio mandato. Primo: assistere i due Paesi nel "miglioramento della gestione delle frontiere in accordo agli standard Ue". Secondo e più difficile: "contribuire a una soluzione pacifica del conflitto in Transnistria". La missione europea non ha comunque alcun potere esecutivo nè politico, ma soltanto di (costosa) consulenza. Venti milioni di euro all'anno per pagare duecento esperti di 16 Paesi, con contratto biennale già rinnovato fino al 2009. "Siamo qui per aiutarli e non per sequestrare la merce", precisa Tomasz Ciukaj, polacco, portavoce di Eubam nell'ufficio di Chisinau (il quartier generale è a Odessa). La questione piu spinosa riguarda l'autoproclamata repubblica di Trasnistria, lo Stato-mafia - come lo chiama qualcuno - che chiede l'indipendenza dalla Moldavia sotto la guida di un oligarca siberiano ed ex-agente del KBG benedetto da Mosca. Ciukaj ammette con franchezza: "In Transnistria noi non entriamo ma stiamo controllando chi entra". Sui documenti della missione europea invece è scritto che "il sistema di frontiera rimane saldamente nelle mani dei due Stati", appunto Moldavia e Ucraina. Formule diplomatiche in eurocratese per spiegare che - testuale - "ovviamente alcune sfide derivano dal fatto che circa un terzo del confine non è sotto il diretto controllo" delle autorità moldave. Già, perché la Trasnistria non esiste per l'Europa. Lungo gli oltre mille chilometri di confine moldavo-ucraino, 470 sono sotto il controllo della Transnistria, come pure 25 dei 67 punti di frontiera. Ecco perchè l'autoproclamata repubblica dal nome che pare uno sciogli-lingua (Transnistria significa "al di là del fiume Dniestru") resta un'enclave dell'illegalità unica in Europa. Sono oltre 350 le società registrate - e chissà quante quelle nemmeno censite - che sfruttano il "singolare" regime dello Stato inesistente. Importazioni difficilmente controllabili passano attraverso il porto di Odessa e qui vengono trasformate poi in esportazioni che hanno accesso al mercato dell'ex-Urss senza dazi. "Com'è possibile che il consumo di carne in Transnistria sia di 60 chilogrammi a persona all'anno, dieci volte la media Ue?" è la domanda retorica del portavoce EUBAM. Ovviamente non per il ricco menù della popolazione locale, che anzi arranca in una povertà strutturale. Ergo, vengono esportate illegalmente persino cosce di pollo comprate in stock dalle riserve dell'esercito statunitense. E smerciate su piccoli furgoni verso l'Ucraina. Per non parlare di interi convogli ferroviari di "materiale ferroso grezzo" che transita sotto il naso degli esperti Ue. "La situazione però sta migliorando con l'introduzione di un apposito registro per le imprese a Chisinau", afferma convinto il portavoce della missione europea. Sarà. Per ora questa Enclave post-sovietica svolge impunemente il ruolo di porto franco anche del traffico di esseri umani. Non solo. Secondo diverse inchieste, la Transinistria è un gigantesco supermarket delle armi per le organizzazioni criminali di mezzo mondo. D'altra parte i "confini" interni tra Moldavia e l'autoproclamata repubblica non sono presidiati da guardie di frontiera ma da polizia. Altrimenti sarebbe un implicito - anzi, esplicitissimo - riconoscimento dello Stato che non c'è. Che però esiste per davvero. Con tanto di frontiere, bandiera e pure la nazionale di calcio. Siamo andati a vedere e siamo entrati in Trasnistria, facendo prima tappa in un'altra anomalia geografica della Moldavia. Stavolta nemmeno indicata sulle cartine. Gagauziya, enclave turca fra i frutteti "Gagauziya" sta scritto in rosso su grandi lettere di cemento lungo la strada che costeggia la "valle delle Prugne". Per entrare in questa provincia autonoma nel sud della Moldavia si attraversano solo frutteti a perdita d'occhio. Un altro cartello annuncia l'ingresso nella capitale Comrat, cittadina di stampo sovietico dove nella piazza principale i ragazzini giocano a figurine sotto l'immancabile statua di Lenin. Più che un Paese, la Gagauzia è una sorta di parentesi socio-linguistica. La abitano circa 150.000 persone sparpagliate in una mezzaluna tra Europa e Asia: Ucraina, Bulgaria, Azerbaijan, Romania e Turchia. Proprio dalle regioni centrali turche proverrebbero i gagauzi, minoranza cristiana sfuggita alle persecuzioni nel suo paese d'origine. "Possiamo essere un esempio positivo per l'Europa", dice con un pizzico d'orgoglio il professor Dudor Mikail Ivanovic, rettore dell'Università della Gagauzia, l'unica al mondo. "Abbiamo ottenuto l'autonomia in modo pacifico e ora possiamo conservare le nostre tradizioni e studiare la nostra cultura". Nessun conflitto con la Moldavia, nessuna lotta armata come accadde negli anni Novanta nella vicina Transnistria. "Con la certezza che le nostre tradizioni non scompariranno in futuro, per ora non abbiamo altre rivendicazioni", spiega il rettore. L'università, in un moderno palazzo di quattro piani, conta 2.500 studenti. Quattro le facoltà, tra cui quella di "cultura nazionale" con oltre un migliaio di iscritti. "Come minoranza", argomenta ancora Ivanovic, "viviamo la sfida quotidiana dell'identità. Con la globalizzazione le piccole realtà rischiano di scomparire. Occorrono tutti gli sforzi pacifici, perchè ogni perdita sarebbe una sconfitta per l'umanità e non solo per i Gagauzi". Per ora nell'ateneo si parla in russo. I manuali di gagauzo sono in preparazione - assicura il professore - "ma ci vorranno ancora alcuni anni". Transistria, Somalia d'Europa? Adesso eccoci in Transnistria, una settantina di chilometri da Chisinau. Per l'ingresso si devono superare tre posti di blocco: il controllo degli agenti moldavi, il check-point della forza d'interposizione guidata dai russi e la frontiera vera e propria che la Transnistria s'è inventata. La possibilità di oltrepassare il confine è un terno al lotto. Viaggiamo con alcuni operatori locali che qui lavorano in progetti sociali con la popolazione, sono il nostro lasciapassare. Cronista e fotografo sfilano sotto gli occhi delle "guardie doganali" pagando - come gli altri - una manciata di "rubli transnistri", valuta da Monopoli che diventa carta straccia al di fuori di questo fazzoletto di terra grande una volta e mezzo la provincia di Milano. Oltrepassato il fiume Dniestru, ecco il nostro primo contatto: Nikolaj Nikolajevic, sindaco del villaggio di Bicioc. La sua auto blu in realtà è rossa. Una vecchia Zigulì di fabbricazione russa, dove in cinque si sta davvero stretti. Sfrecciamo lungo la steppa pianeggiante schiacciata tra Moldavia e Ucraina fino alla capitale Tiraspol, distante solo 15 chilometri. Ci aspetta Igor Gavrilov, dinoccolato studente di Scienze Politiche. "Sst, silenzio", mette l'indice davanti alla bocca con un gesto inequivocabile mentre allunga il passo. Vuole evitare i quattro ceffi appena usciti da un bar. Cappotti scuri, un paio di loro sono palesemente ubriachi, si vede subito. Prendono un'altra direzione, il giovane tira un sospiro di sollievo. "Uno è il vice-capo di un'agenzia di servizi segreti, gli altri i suoi scagnozzi, mi hanno interrogato pochi giorni fa", mormora Igor, 21 anni, che è anche volontario dell'organizzazione non governativa (ong) World Vision. Stavolta l'ha scampata ma tira aria di regime qui nella "capitale" della Transnistria, una specie di Somalia d'Europa dove traffici illeciti d'ogni tipo sono protetti dal suo presidente-padrone Igor Smirnov, ex-agente Kgb nato in Siberia e appoggiato da Putin. "Purtroppo non abbiamo nessuna prospettiva europea. Qualche studente ne è consapevole, ma la stragrande maggioranza della popolazione non se ne rende conto", dice ancora Gavrilov passeggiando lungo Uliza 25 ottobre, l'arteria centrale di Tiraspol. Secondo un rapporto del "Global conflict prevention", qui si vive in una "combinazione perniciosa di corruzione, povertà e conflitto". La corruzione te la raccontano, il conflitto con la Moldava è finito ma non c'è nessun accordo politico. E la povertà si vede già nel parco di "piazza Costituzione": per l'equivalente di un paio di centesimi di euro, un anziano smilzo affitta una bilancia pesa-persone. Davanti al Palazzo presidenziale troneggia una gigantesca statua di Lenin in granito rosa. I legami con la Russia sono molto più pesanti che le tonnellate di quel monumento alto una ventina di metri. Sulla piazza, un carro armato è diventato il monumento-simbolo di una repubblica costruita sulla mistificazione del passato e del presente. Un residuato bellico che per il sindaco Nikolajevic resta "il più potente del mondo". Collusioni ai livelli più elevati consentono alla mafia russa di risciacquare in questo fiume denari provenienti da traffici di armi e droga, stando ai rapporti in circolazione. Qualcuno ipotizza anche contrabbando di "bombe sporche" coordinato dagli avanzi dell'Armata russa (qui sono ancora stanziati alcune migliaia di soldati di Mosca), ma non esistono conferme. Un referendum nell'ottobre 2006 - manipolato dall'oligarchia al potere - ha confermato che il 99% della popolazione non vuole la riunificazione con la Moldavia, ma preferirebbe ritornare con la grande madre Russia. Eppure al di là di confini veri e presunti, i villaggi da questa parte del fiume sono identici a quelli all'altra, in Moldavia. Torniamo a Bicioc, in aperta campagna; il corso d'acqua del Niestru scorre poco lontano. Iliana Anatoli Kusminske, ragazza-madre di 24 anni, vive in una casetta messa a disposizione dai servizi sociali del comune. Su un letto col materasso sgualcito dorme sua figlia Caterina, di due mesi. Fa freddo ma non ci sono soldi per il riscaldamento, nemmeno per la legna. Figuriamoci per la nafta, controllata come la benzina dalla compagnia petrolifera del figlio del presidente Smirnov, la "Sheriff petrol". Che per simbolo ha un'altra stella: tramontata quella sovietica, è sorta subito la stella da sceriffo. |