Calabria, due modi di accogliere l'immigrato

testo di Andrea Galli, fotografie di Livio Senigalliesi per il Magazine del Corriere della Sera.

Oh Issa. Lo tirarono fuori con l'acqua alla gola, che quasi annegava. Gli scafisti l'avevano scaricato al largo, a un centinaio di metri dalla costa, la costa jonica dove adesso la spiaggia è lercia: il recente maltempo ha provocato smottamenti che hanno scoperchiato tante piccole discariche abusive e le hanno trascinate a mare. Ma il mare che il 37enne timido afghano Issa Ghulami dipinge con delicata insistenza sulle sue ceramiche è molto azzurro, molto pulito. E non soltanto perché così appare, dai trecento metri d'altezza di Riace. Riace, dicono i cartelli stradali quando i buchi delle lupare non li rendono illeggibili, è "paese dell'accoglienza". Ci sono quelli come Issa, sbarcati anni fa sui lidi calabresi, sotto casa, e se non ci sono loro, allora Mimmo Lucano, sindaco di centrosinistra, chiama Lampedusa. "Sono arrivati degli immigrati? Mandatecene qualcuno. Ci pensiamo noi". Unica condizione: che abbiano ottenuto asilo politico (come si potrebbe pretendere di dar ufficiale rifugio, con la benedizione istituzionale di un Comune, a un clandestino?). Naturalmente in Sicilia, poiché il centro di accoglienza scoppia, non si fanno pregare. E gli ospiti-residenti sono già un centinaio. Hanno imparato mestieri che nessuno vuol fare; hanno occupato laboratori ristrutturati - se Issa è diventato ceramista, altri filano, tessono, soffiano il vetro - e hanno riempito case lasciate libere dai riacesi emigrati al Nord. Riace conta gli stessi 1.700 abitanti del 1880, prima della crescita demografica d'inizio secolo scorso. Al sindaco, che a giugno correrà alle elezioni per la riconferma, piace ricordare che "il mare ci ha regalato i Bronzi, portatori di fama, e gli immigrati, forse la nostra salvezza". In verità, i Bronzi, scoperti da un sub nel 1972, presto vennero dirottati altrove, e di essi, a Riace, non v'è più traccia nemmeno indiretta, per cercare di camparci di rendita. Quanto agli immigrati, di un loro ruolo salvifico sono convinti anche a Rosarno. Rosarno dista da Riace sessanta chilometri. È all'interno, verso l'altra costa. Uno sparuto gruppo di giovani del posto, impegnati nel sociale, ci ha costruito sopra proprio uno slogan: "Ci salveranno gli africani". È una provocazione. Una speranza. Dietro, non c'è nessun piano. Nessuna telefonata del sindaco a Lampedusa. Il sindaco non c'è: l'ultimo, Carlo Martelli, lista civica vicina al centrodestra, è finito in cella a ottobre per affari con la 'ndrangheta. E poi, tanto, gli immigrati a Rosarno arrivano di spontanea volontà. Per passaparola. Per la raccolta delle arance, in questi sterminati aranceti. Non sono rifugiati, sono degli irregolari. Molti hanno in tasca i fogli di via. Rimangono lo stesso. Per 23 euro di paga quotidiana per la giornata piena. All'alba si schierano lungo la strada statale. Gli agricoltori calabresi si fermano. Mezzo finestrino abbassato. "Tu, sali"; "Tu, sali ma solo per tre ore>. Sulla statale c'è una casa incompiuta. Era abusiva, un magistrato bloccò i lavori. Il piano terra è un tappeto di escrementi. Dicono che ognuno abbia la sua piastrella.
A Rosarno la 'fabbrica' è una vecchia cartiera in disuso, popolata dagli africani, che girano a piedi nudi e con cappotti, con berretti di lana e infradito: chi regala loro i vestiti di seconda mano non sta lì a scegliere. Non ci sono donne. Soltanto seicento giovani, di media. Secchi d'acqua vengono messi a scaldare per lavarsi e cuocere. I secchi poggiano su fuochi alimentati da legno arraffato ovunque. Ne esce un incessante fumo simile a quello di un lacrimogeno. Fa tossire e lacrimare, anche se non è per questo che di notte si sente qualcuno singhiozzare. Qualcun altro, al mattino, l'hanno trovato impiccato. Il fumo è una cappa sospesa sulle capanne di stracci e carta di giornale. Entriamo nella capanna di Frank. Due cerotti, una coperta che fa da materasso e un'altra che fa da coperta. Frank, ghanese, ha 27 anni. Domanda: "Si può vivere così?". Dice che tutta la sua famiglia, parenti compresi una cinquantina di persone, ha investito su di lui. Seimila euro per il viaggio. Fa vedere 11 euro. Sono i suoi risparmi, il suo conto corrente, il resto. Dice Frank che non può tornare in Ghana. 'Sarei uno sconfitto'. A Riace li chiamavano "i ragazzi dei neh", il neh intercalare torinese. Erano gli emigranti che d'estate - anni Sessanta, Settanta - tornavano baldanzosi da Torino per le ferie d'agosto. Comparivano strombazzando con i clacson delle Fiat. Regalavano storie di un altro mondo e avevano acquisito un po' di un altro accento. Thomas è un etiope di otto anni. Ha una mamma, Lemlem, 26 anni, e una sorella, Hanna, 7 anni. Abitano una casetta nel centro di Riace, su e giù di viottoli. Ha una chiara e curiosa inflessione calabrese, Thomas. Lemlem ama quando il suo nome è pronunciato con, dice, morbidezza. L'anno scorso, si è indebitata per un volo andata e ritorno. In Yemen. "In Etiopia, non posso rientrare. Con mio padre, ci siamo incontrati in Yemen, che gli era facile da raggiungere>. Sono stati insieme poche ore. Un saluto che era un addio. 'Volevo restare. Ma qui avevo lasciato i figli'.
I due figli di Lemlem frequentano una classe elementare con 9 alunni stranieri su 14. Nella classe c'è un piccolo afgano, Ramadullah, otto anni. Dice tutto d'un fiato come fosse un peso da togliersi in fretta o una filastrocca imparata alla perfezione: 'A casa mia ci fu un bombardamento, saltò tutto in aria, il nonno aveva un buco nella pancia, scappammo'. Ritroviamo Ramadullah in una spaziosa abitazione a due piani. Ramadullah è a Riace con lo zio Asadullah. Che racconta: 'Maggio 2007. Vedo dei talebani mettere mine in una strada. Avviso gli americani. Dieci giorni dopo sulla mia abitazione si abbattono le granate dei talebani. Con me, vivono mio fratello e la sua famiglia. Una macchina a testa, scappiamo in Pakistan. Pago settantamila dollari. Mi compro il viaggio. Fino in Italia>. Li sistemano in un camion, in uno spazio minuscolo ("Stavamo accucciati"), una sorta di nicchia. Con Asadullah, la moglie Nadira, altri tre nipotini oltre Ramadullah più i tre figli Asim, Suni e Virginia, nata in Calabria cinque mesi fa. All'appello mancano le figlie Maria e Shashia, di 5 e 6 anni. Sono rimaste con il fratello di Asadullah in un campo profughi del Pakistan. 'Fatecele abbracciare> ripetono mamma e papà. 'Quella volta c'era tanta confusione. Ero convinto che partisse anche mio fratello, le bimbe erano con lui" dice Asadullah. Forse non c'era più spazio su quel camion che, ricorda dando al ricordo il peso e il tempo d'un dettaglio qualunque, 'trasportava arance'.