Le quattro giornate di Genova
19 - 22 LUGLIO 2001

di Claudio Marradi

Nulla sarà più come prima

É andata a finire nel peggiore dei modi. É andata a finire con un ragazzo di poco più di vent'anni morto ammazzato da un suo coetaneo in divisa. E' andata a finire in una battaglia di due giorni che lascia alla città un conto di circa 15 miliardi di danni. É andata a finire - ma questo era prevedibile - con un vertice ufficiale che ha prodotto risultati balbettanti al limite dell'incomprensibilità e che hanno scontentato tutti. É andata a finire, infine, con un episodio in pieno stile sudamericano, qualcosa che in mezzo secolo questo paese non aveva mai visto e che è come una ferita nel suo tessuto democratico che rischia di rimanere irrecuperabile. Questo è il "film", il racconto - uno dei tanti, non necessariamente il più completo o più imparziale - di queste giornate dopo le quali nulla sarà più come prima.

Lunedì 16 luglio ore 10 - Via Manuzio, Stazione dei carabinieri di San Fruttuoso

La settimana del "grande evento" del vertice G8, quella che si rileverà la più tremenda che Genova abbia mai vissuto dalla fine della guerra, inizia tra le mani di un carabiniere ventenne. Stefano Storri, ausiliario in servizio di leva, sta aprendo la corrispondenza giunta in mattinata quando una fiammata lo investe in pieno. Ad esplodere è stato un ordigno contenuto in un borsellino da donna. Il militare rischia di perdere un occhio, che gli sarà salvato dall'intervento chirurgico. "E' una bomba contro di noi" dichiara subito Vittorio Agnoletto, il portavoce del Genoa Social Forum, il pool di circa 800 associazioni che compongono il variegato fronte che si oppone al G8 e che da oltre un anno è impegnato nella preparazione delle iniziative del contestazione: dalle azioni di disobbedienza civile alla 5 giorni di controvertice che, con Vandana Shiva e Josè Bovè, Walden Bello e delegazioni giunte da tutto il mondo faranno di Genova la capitale "globale" del movimento di critica alla globalizzazione. Una seconda bomba incendiaria viene disinnescata in giornata davanti allo stadio Carlini, dove sono ospitate le Tute bianche.
A sera di allarmi bomba se ne conteranno in tutto una decina.
Intanto nella notte sono state alzate le grate di 5 metri che sigillano ermeticamente la zona rossa, quella porzione di città che deve ospitare il palcoscenico dello show dei potenti e nella quale non deve volare neanche una mosca che non sia identificata o prevista dal protocollo ufficiale. "Mai visto niente del genere, neanche durante la guerra" è il commento dei tanti genovesi che, per loro sfortuna, abitano o lavorano in quella "zona morta" che intrappola il centro storico più grande d'Europa e dove la vita quotidiana sarà praticamente sospesa per tre giorni. E' solo l'ultimo atto di quello che, se le città fossero donne - e di fatto nella nostra lingua la parola è di genere femminile - sarebbe uno stupro al rallentatore: tombini saldati (e fortunatamente non è mai piovuto), attività produttive e commerciali e perfino gli esami dell'Università sospesi, abitanti invitati ad andarsene fuori dai piedi.

Mercoledì 18 luglio ore 22 - Corso Aurelio Saffi

Mentre a Piazzale Kennedy i 99 Posse cedono il palco a Manu Chao in un concerto di autofinanziamento del Gsf, viene dato l'ultimo tocco alla scenografia di guerra che accoglierà gli 8 grandi. Un serpentone di 97 container uno sull'altro è stato posto a protezione del quartier generale delle forze dell'ordine che si trova all'interno della Fiera del Mare. Senza neanche avvetire il Primo cittadino: "Non ne sapevo nulla" dirà infatti il Sindaco Pericu. Gli scatoloni metallici non sono solo appoggiati ma saldati fra loro. In uno scenario da Blade Runner, tra i lampi della fiamma ossidrica e i lampeggianti della polizia, questa ultima opera di "arredo urbano" viene portata a termine sotto gli occhi sbigottiti degli automobilisti bloccati dalla gru che pone i container.

Giovedì 19 luglio ore 17.00 - Piazza Garzano

L'appuntamento è per la grande marcia dei migranti, la prima delle grande scadenze di mobilitazione che per tre giorni proveranno a far sentire la voce degli ultimi nel frastuono mediale e cerimoniale riservato ai primi otto classificati nella grande corsa della vita. Naturale quindi che siano loro, i più deboli, le ombre quasi invisibili delle nostre città, arrivati da ogni angolo del mondo in cerca di una possibilità di vivere, ad essere, almeno per un giorno, i "primi". E ad aprire un corteo di 50 mila persone che sfilano dietro a uno striscione che dice "siamo tutti clandestini". Marocchini e curdi, peruviani e iraniani che protestano contro il regime degli Ayatollah guidano una festa mobile che si snoda per circa 5 chilometri senza nessun problema. Giocolieri e orchestrine mobili, clown e furgoni che sparano musica etno a tutto volume, confusi nella folla anche rappresentanti religiosi: suore e preti, ma anche un monaco buddista che ritma il passo con un tamburo. C'è anche Manu Chao, che improvvisa un concertino su uno dei container posti a protezione del quartiere generale delle forze dell'ordine. Sfilano i ritratti del Che, ma anche quelli di Sandro Pertini e perfino di Papa Giovanni. Al passaggio sotto le finestre di quei genovesi che non sono scappati dalla città, applausi ed esposizione delle aborrite mutande, proprio quelle stigmatizzate dal Presidente del consiglio e prontamente vietate da un'odinanza del Sindaco. E in tutti la sorpresa e la gioia di essersi ritrovati così in tanti: "Avevamo previsto di essere 20 mila, se continua così sabato saremo 150 o 200 mila" dice entusiasta Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa social forum. Unica nota stonata le notizie degli scontri di Ancona, dove la polizia ha fatto incursione anche a bordo di un traghetto greco, provocando furibonde proteste della diplomazia ellenica.
ore 21.00 - Punta Vagno, cittadella del Gsf
In un'affollatissima assemblea si traccia un bilancio della prima giornata di contro G8. Sotto un tendone che non riesce a contenere tutti i presenti portavoce e leader dei movimenti, ma anche tanti semplici attivisti, danno voce alla consapevolezza che qualcosa di grande e di sorprendente oggi è accaduto e che si, un'altro mondo e un'altra vita forse sono davvero possibili. Fuori una pioggia fitta e fredda allaga i campi d'accoglienza delle Tute bianche e fa precipitare a 15 gradi la temperatura di una notte di piena estate. Come un presagio, col senno di poi, di quello che sarebbe accaduto di lì a poche ore.

Venerdì 20 luglio

I genovesi e le centinaia di migliaia di persone arrivate da tutto il mondo si svegliano al rumore degli elicotteri che sorvolano la città. Per tre giorni sarà l'ultimo suono che sentono prima di addormentarsi e il primo, ancora prima di svegliarsi. Nella notte intanto qualcosa è cambiato e si vede subito: sono spuntati serie di container che delimitano Piazza della Vittoria e strade adiacenti, un'estensione di fatto della zona rossa non annunciata e realizzata anche con cordoni di camionette e uomini schierati. Avrebbe dovuto essere la giornata della disobbedienza civile, delle piazze tematiche e dei "gruppi di affinità" che, ognuno secondo le proprie strategie e le proprie motivazioni, avrebbero provato ad assediare, materialmente o simbolicamente, la "zona rossa" dove si sono asserragliati gli otto uomini più potenti del mondo. Ma lo spiegamento di forze che impedisce anche solo di avvicinarsi in certi punti alla zona rossa ha già decretato il fallimento del programma di una giornata messo a punto in infinite riunioni tra tutte le componenti del movimento e infinite trattative con le autorità. C'è la Rete Lilliput, Legambiente e la Banca Etica che alle 10 si ritrovano a Piazza Manin; Attac, la Pink March, le European Coalitions e Globalize Resistance alla sede di Punta Vagno del Genoa Social Forum; ancora Attac, Arci, Rifondazione Comunista, Lila, Fiom. Tavola della Pace, Jubilee South arriveranno a Piazza Dante a ridosso della recinzione della zona rossa da Piazza Carignano; da Piazza Paolo Da Novi si muoveranno invece i Cobas e la Piazza del lavoro dei Work Square, mentre i Disobbedienti civile delle Tute bianche, con i Giovani comunisti e No Global Rage partiranno dalla loro base dello Stadio Carlini; un corteo di lavoratori dei Cub, infine, partirà dal ponente della città alle 14. E' il palinsesto di una giornata che andrà a rotoli quasi da subito, perché come dal nulla appaiono loro: tra i gruppi di manifestanti cominciano a gironzolare alieni tutti vestiti di nero, hanno il viso coperto e non danno confidenza a nessuno, parlano poco anche fra di loro ma sembrano sapere molto bene cosa fare. Fra loro tedeschi e francesi, inglesi e spagnoli, ma anche molti italiani. Molti sono giovanissimi, parecchie le ragazze. Tutti presi dalla loro lugubre estetica paramilitare si esibiscono perfino in uno show di sbandieratori e in grottesche marcette scandite dal suono di una banda di tamburini. E' il "black bloc", un nome che la maggior parte dei manifestanti non ha nemmeno mai sentito, ma che impareranno a conoscere sulla loro pelle (letteralmente) prima di sera. E' "l'oggetto politico non identificato" che un movimento fatto di circa 800 associazioni non ha saputo intercettare, decodificare, isolare. E da quale non è stato difeso da chi aveva il compito di garantire anche la sicurezza della stragrande maggioranza di dimostranti pacifici. In una protesta che ha tutti i colori dell'arcobaleno, devono aver pensato in molti, in fondo ci può essere spazio anche per questo nero. Ma a quelli non gliene frega niente della zona rossa e del G8. E neanche dell'anti-G8. Vogliono solo spaccare quello che, a caso, incontrano sul loro cammino: banche, supermercati, negozi, seguendo una logica puramente simbolica, in una specie di reazione allergica al logo commerciale che sembra quasi nascere da un effetto di sovraesposizione allo stimolo. Si dice siano "anarchici insurrezionalisti", ma tra loro verrà accertata anche la presenza di naziskin. E non si contano le testimonianze di chi giura di aver visto alcuni di loro in ottimi rapporti con le forze dell'ordine. Perchè non sono stati fermati? si chiedono in molti. Una risposta che non sa darsi neanche quel poliziotto che ha ammesso a Michele Vari della "gazzetta del Lunedì": "E' inspiegabile. Di certo potevamo isolarli dopo poche ore, ma non è stato fatto. In piazza Corvetto, per esempio, avremmo potuto accerchiarli con facilità, ma non è stato fatto. E dire che erano riconoscibilissimi".

ore 12 circa - Piazza Dante
Il corteo dell'Arci, di Attac, della Fiom e della Lila, con in testa Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa social forum, giunge a ridosso della grata a protezione della zona rossa. Dopo qualche tentativo, poco più che simbolico, di assaltare la barriera subio respinto dagli idranti si fa marcia indietro, dietro verso piazzale Kennedy. Ma è proprio allora che sul serpentone pacifico e in ripiegamento vengono assurdamente sparati dei lacrimogeni.

ore 12 circa - Corso Buenos Aires e adiacenze
Hanno inizio i primi scontri. Il Black Bloc, nemmeno un centinaio di persone in questo caso, approfitta della presenza del corteo dei Cobas per cominciare a demolire le aiuole e attaccare le banche. Primo lancio di lacrimogeni, che sposta i disordini solo al prossimo incrocio. I cassonetti vengono incendiati, le campane per la raccolta differenziata del vetro diventano arsenali di proiettili per la preparazione delle molotov. A questo punto i "neri" si separano: un troncone attraversa il tunnel della ferrovia e si dirige verso la Valbisagno, dove darà l'assalto al carcere di Marassi. L'altro prosegue gli scontri in un quadrato di vie fra Brignole e la Foce. Momenti di panico per i carabinieri il cui cellulare blindato rimane per qualche motivo indietro al gruppo degli altri mezzi. Assalito da tutte le parti viene infine dato alle fiamme dopo essere stato abbandonato dagli occupanti. Ma è subito dopo, quando in zona arriva il corteo delle "tute bianche", subito attaccato dalle forze dell'ordine, che la situazione diviene totalmente incontrollabile.

ore 17,20 - piazza Alimonda
Gli scontri proseguono ormai da ore e coinvolgono non più solo il black bloc quando si verifica la tragedia e il "popolo di Seattle" dovrà contare il suo primo morto. Carlo Giuliani, 23 anni, di Genova, viene ucciso dal proiettile di un carabiniere che spara dall'interno di una Land Rover presa d'assalto dai dimostranti. Immediatamente i carabinieri fanno cordone intorno al corpo, nascondendolo alla vista mentre la gente, folle di rabbia, li incalza al grido di "assassini". Qualcuno tenta di accreditare la versione di una morte accidentale, magari per mano degli altri dimostranti, ma non regge: sul sito de la Repubblica è già pubblicata la sequenza fotografica che inchioda l'Arma a quanto accaduto. Carlo è stato raggiunto dal proiettile sparato da una mano chiaramente visibile dal lunotto posteriore sfondato della vettura, in direzione del quale il ragazzo stava per scagliare un estintore. Steso a terra, è stato poi travolto dalla stessa camionetta che faceva marcia indietro. L'autopsia accerterà che in quel momento era già cadavere. Nel punto esatto della sua morte, segnato da una macchia di segatura, si viene a creare una specie di monumento funebre spontaneo. Un sacrario completo di foto del defunto, che sembra vivere di vita propria e si arricchisce di ora in ora di fiori, poesie, magliette, testimonianze ("Io non ti conoscevo, ma mio padre è stato tuo professore. Oggi l'ho visto piangere"), caschi, incongrui lumini ricavati dalle cartucce lacrimogene sparate e altri "residuati" della battaglia. Intorno una piccola folla silenziosa si dà il cambio a qualunque ora del giorno e della notte, molti hanno gli occhi lucidi. Qualcuno ha già cambiato col pennarello la targa della piazza: da oggi piazza Carlo Giuliani, ragazzo.

ore 13 - Piazza Manin
E' la sede della piazza tematica della Finanza Etica. Si muove lo spezzone forse più pacifico in assoluto: Rete Lilliput, Legambiente, Marcia delle donne, botteghe eque e solidali, genitori con figlioletto sul passeggino cercano di avvicinarsi alla recinzione per stendervi una fila di quelle mutande lavate, aborrite dal Presidente del Consiglio e vietate da un'ordinanza del Sindaco nei giorni precedenti. Con loro ci sono i Pink, "l'ala creativa" del movimento si sarebbe detto un tempo: delle specie di drag queen colorate e rumorose che hanno per armi fiori di carta, parrucche e boa di struzzo. In fondo a via Assarotti un cordone di polizia impedisce di giungere alle grate. Ma l'atmosfera è ancora serena: arriva una specie di super eroe in mantello arancione che comincia a parlare con un graduato baffuto che lo ascolta divertito. Arrivano anche Don Gallo e Franca Rame, accompagnata da Sergio Cusani in divisa da carcerato. "Come si fa a dialogare con le sbarre?" si chiede il prete e invita tutti ad armarsi di creatività. Viene negoziata la possibilità di aggirare il cordone in fila indiana per "andare a toccare con mano il muro della vergogna". Permesso accordato: sulla recinzione comincia a fiorire una vegetazione di striscioni, fogli, indumenti. Il corteo viene fatto defluire verso la vicina piazza Marsala, dove tenta un secondo pacifico assedio. Un ragazzo che si arrampica sulla grata viene fatto bersaglio del getto d'idrante dell'autopompa della forestale, piazzata dall'altra parte dello sbarramento. Riesce a resistere qualche secondo tra gli applausi generali.

ore 14,20
Quando tutti stanno già ripiegando per tornare verso Manin partono i primi lacrimogeni, che scatenano un fuggi fuggi verso circonvallazione a monte.

ore 15.00
Senza troppi danni e a ritmo di samba tutti hanno riguadagnato piazza Manin, base di partenza. Mentre i vari gruppi si riuniscono per stabilire il da farsi cominciano ad arrivare le avanguardie del Black Bloc che, reduce dall'assalto al carcere di Marassi proviene dalla Valbisagno, sospinto a passo d'uomo da un reparto di polizia. Per un attimo lo spettacolo è straniante: ragazzi dal volto coperto e armati di bastoni ciondolano tra coetanei seduti per terra con le mani alzate. Dura poco. Subito si alzano le parabole dei lacrimogeni e parte la carica che spazza tutto. Si salva solo chi ha l'istinto di buttarsi su per le "crose" che salgono verso il Righi, sempre incalzato dai blockers, che durante la ritirata danneggiano e danno alle fiamme auto e cassonetti.
Chi si è spinto in collina raggiunge un istituto femminile gestito da suore che con la canna dell'idrante danno sollievo ai volti arrossati dal gas. Sotto si alza il fumo delle auto incendiate e il vento porta a tratti l'odore pungente dei lacrimogeni.

ore 16.45
Chi si è rifugiato in alto comincia a ridiscendere verso Corso Solferino. La carica è stata breve e non portata in profondità, ma si è accanita sui ragazzi con le mani alzate, parlamentari e giornalisti. Così poco più in là, i "neri" hanno tutto il tempo di riorganizzarsi ai giardinetti, mentre una coppietta si sbaciucchia su una panchina. Lungo tutta la strada altre scene surreali: un capannello di genovesi rimprovera un gruppo di "sfasciacarrozze" italiani. "Abbiamo incendiato solo le auto più costose" si difendono questi, "non è vero e poi avete distrutto la macchina di una persona handicappata. Come farà ad andare a lavorare?"
"Non lo sapevamo..." rispondono.

Ore 23 circa - Ospedali San Martino e Galliera
Un giro ai Pronto soccorso dei due principali ospedali genovesi fa registrare un bilancio della giornata di 100 accessi, di cui 26 ricoverati. 50 manifestanti, 30 carabinieri e 8 giornalisti. Al S. Martino. In un angolo quattro ragazzi di Lecce: uno, medicato alla testa racconta, di essere stato ferito da un lacrimogeno sparato ad altezza d'uomo appena uscito dalla stazione Brignole. Una ragazza piange: hanno tutti paura di essere acciuffati e picchiati appena messo piede fuori dall'ospedale, non se ne andranno finché non trovano qualcuno che li accompagna. Al Galliera 78 accessi e 13 ricoveri di cui il più grave è un manifestante che ha subito l'asportazione della milza.

Sabato 24 luglio

Doveva essere una giornata di festa, ma dopo quello che è successo il giorno prima sarà la giornata del lutto. C'è tristezza, ma anche voglia di esserci in chi comincia ad avviarsi verso i punti di concentramento della manifestazione. Pochi, forse nessuno, pensa che sarà un altro giorno di guerra. E invece.

ore 11.40 circa - Marassi e stazione di Quarto
Mentre è in corso il concentramento dei partecipanti alla grande manifestazione unitaria il "black bloc" è già in azione, esibendosi nei primi danneggiamenti della giornata.

ore 13.00 - via Caprera
Il corteo comincia a muoversi in anticipo sul programma: diventa semplicemente fisicamente impossibile tener ferme 300 mila persone. A Boccadasse, davanti all'autobus rosso a due piani di "Dropt the Debt" e all'oasi di digiuno e preghiera dei cattolici, dal giardino di una villa soprastante la strada parte un getto d'acqua che rinfresca i dimostranti. I quali, riconoscenti, ringraziano con un applauso. Con un andamento a stop and go continui ci si comincia ad avviare verso Piazza Ferraris, una destinazione che saranno in molti a non raggiungere mai. La polizia si tiene fino a questo momento a grande distanza. Si formano i cordoni del servizio d'ordine delle Tute bianche, di Rifondazione comunista e dei Cobas, obiettivo: impedire l'infiltrazione del "neri". Tutto inutile. A gruppetti scivolano veoci lungo i bordi del corteo, fino ad arrivare in piazza Rossetti, a fronteggiare lo sbarramento di truppa che difende il quartiere generale delle forze dell'ordine.

13.50 - Piazza Rossetti
Mentre la testa del corteo pacifico piega a destra verso il centro città, i blockers mettono a ferro e fuoco la piazza. Banche e concessionarie di auto vengono sventrate e incendiate. Il fuoco minaccia anche il primo piano di un appartamento. La polizia risponde con un nutrito lancio di lacrimogeni.

14.30
Dopo oltre mezz'ora di fronteggiamento, nel quale viene schierato anche un autoblindo, parte la carica, che spezza definitivamente in due il corteo. Mentre la testa della manifestazione riuscirà a raggiungere piazza Ferraris, la coda viene respinta lungo Corso Italia, con una retroguardia di casseurs che continua a bruciare auto e scontrarsi con la polizia. Intanto nelle strade adiacenti a piazza Rossetti le forze dell'ordine scatenano la caccia a tutto ciò che si muove. Ne fanno le spese quanti sono rimasti tagliati fuori dal grosso del corteo e che, magari non conoscendo la città, si cacciano in strade senza uscita. Sindacalisti, giornalisti, manifestanti italiani e stranieri, perfino semplici passanti racconteranno di pestaggi indiscriminati e violentissimi, di lacrimogeni sparati anche dagli elicotteri e andati a finire perfino in spiaggia, tra quanti si ostinavano a inseguire la normalità di un sabato pomeriggio dedicato alla tintarella. E'a quel punto che i portoni dei genovesi si aprono per accogliere persone terrorizzate. Offrono riparo, un bicchiere d'acqua, consigli che vengono da ricordi che sembravano sepolti nella memoria: "non ti toccare gli occhi, che è peggio... belin, è proprio come nel 1960, a De Ferrari, non riuscivo a vedere più niente". Altri non saranno così fortunati: racconteranno di essere stati trascinati a forza fuori dagli androni, picchiati una prima volta in strada e poi nelle caserme.


NOTTE CILENA

Sabato 21 luglio, ore 23 circa - Piazzale Kennedy
Sotto un tendone del piazzale che ha ospitato il concerto di Manu Chao è in corso una festa al ritmo di tamburi e percussioni improvvisati. Centinaia di ragazzi italiani e stranieri ballano in quello che sembra una specie di rave "unplugged" nel quale si scioglie, finalmente, la tensione di tre giorni che dovevano essere di protesta ma anche di festa e che sono stati anche di lutto e di tragedia.

ore 23, 40
mentre il party continua, chi esce un attimo dal tendone si accorge che un elicottero sta volando in cerchi concentrici poco distante, sopra quella che i genovesi riconoscono subito come la zona di via Battisti, dove ha sede la Scuola Diaz che ospita il centro stampa del Gsf. E per molti l'allegria della festa comincia a spegnersi nella preoccupazione per quello che sta accadendo. Cattivi presentimenti che non tardano a concretizzarsi. Poco dopo cominciano infatti a squillare i cellulari: "Aiutateci, ci stanno massacrando..." Un allarme che corre anche sulla posta elettronica e sulla diretta di Radio Gap, che sta trasmettendo dal Centro Stampa. E che ha effetti immediati.

Domenica 22 luglio ore 00,20 circa - via Cesare Battisti, sede del centro stampa del Gsf

Giornalisti, politici, attivisti e i registi del "Cinema italiano a Genova" tra i quali Citto Maselli, Enrico Ghezzi e Ricky Tognazzi sono già sul luogo. Un cordone a valle e a monte dell'ingresso degli edifici scolastici impedisce a chiunque - medici e giornalisti, avvocati e parlamentari (Mantovani, Malabarba, Luisa Morgantini per citare solo alcuni nomi), nonostante esibiscano tesserini di riconoscimento che secondo la legge dovrebbero aprire tutte le porte - di accedere a vedere quello che è successo. Tra gli agenti anche una ragazza in borghese, vestita "da giovane": piccola, minuta, ha il viso coperto e indossa il casco della polizia, sembra scomparire accanto ai colleghi maschi. Intanto anche chi arriva solo ora comincia a capire quello che è successo ancora prima di raggiungere l'edificio scolastico: in piazza Merani un ragazzo è steso a terra, perde sangue dalla testa ed è assistito da due improvvisati infermieri. La situazione è tesissima, nessuno può entrare nella scuola, il deputato Ramon Mantovani di Rifondazione Comunista che prova a penetrare il cordone di forze dell'ordine viene strattonato ripetutamente. Stesso trattamento per Vittorio Agnoletto, portavoce del Gsf, le cui dichiarazione a caldo sono durissime: "la verità è che questo governo non è in grado di affrontare un movimento che oggi ha portato in piazza 300 mila persone. Un secondo motivo per spiegare quello che è successo è la caccia alla documentazione filmata che prova la connivenza delle forze dell'ordine con i teppisti del black block. Una cassetta che abbiamo già messo al sicuro consegnandola a una televisione nazionale". Alla fine riesce ad aggirare il cordone solo scavalcando la recinzione delle scuola. Un poliziotto tenta di bloccarlo ma non ci riesce. Se Agnoletto cadesse ora farebbe un volo di circa 4 metri nella discesa che conduce ai sotterranei della scuola. Nel frattempo la polizia ha cominciato a consentire ai volontari delle ambulanze di soccorrere i feriti. Prima una, due, tre poi decine di barelle, impossibile tenere un conto preciso, escono con il loro carico di ragazzi con le teste fasciate, le braccia steccate. Passa un ragazzo steso in barella ancora nel suo sacco a pelo, ha lo sguardo sbarrato, sembra già più di là che di qua. "Quando sono entrato nella scuola e ho visto i ragazzi a terra - racconterà poi a "Il Lavoro/la Repubblica" un volontario di una Croce che chiede di restare anonimo - mi sembrava fosse appena scoppiata una bomba. Tantissimi sanguinavano e si tenevano la testa, altri piangevano, in silenzio, e i poliziotti avevano lo sguardo spiritato". Il passaggio di ogni barella, dietro cui il cordone si richiude serrato, è salutato da un coro di "assassini, assassini" urlato dai ragazzi ancora asserragliati nella scuola e dai presenti in strada. E quando i poliziotti portano di corsa verso un cellulare una sacca nera simile ai body bag per il trasporto dei cadaveri, la paura del peggio percorre la folla come un colpo di frusta. "Non è un corpo... è materiale sequestrato" si affrettano a dire i poliziotti a chi si stringe intorno al veicolo. Poi si fa strada il funzionario del Ministero dell'interno, che rilascia una prima dichiarazione ai giornalisti: "La perquisizione è stata effettuata secondo l'articolo 41 del Testo unico di pubblica sicurezza, che autorizza la ricerca di materiali esplosivi anche senza il mandato della Magistratura. Appena entrati uno dei nostri è stato assalito con un coltello, si è salvato solo perchè indossava il corpetto protettivo. Abbiamo sequestrato materiale atto a offendere e droga". "Leggera o pesante?" chiede un giornalista "La legge non differenzia" è la risposta. Infine un tocco di comicità surreale: "I feriti? Noi non abbiamo toccato nessuno, si erano già fatti male negli scontri del pomeriggio, li abbiamo soltanto fatti portare in ospedale".

ore 2,30 circa
L'elicottero che da ore sta sorvolando in cerchio, come un avvoltoio, la zona, si abbassa fin quasi a toccare i tetti dei palazzi, spazzando le strade con il fascio di un riflettore e sollevando mulinelli di polvere. Urla e ordini concitati provengono dalle file di poliziotti e carabinieri, che alzano gli scudi e si dispongono a testuggine. La tensione è altissima, ma quello che sembra preludere a una carica è invece il momento della smobilitazione delle truppe: indietreggiando in formazione compatta, incalzati dai presenti, arginati dal servizio d'ordine del Gsf, le forze dell'ordine entrano nei cellulari, che partono sgommando. Finalmente l'assedio è tolto ed è possibile vedere che cosa è successo veramente. Chi era rimasto bloccato in strada si precipita all'interno dei due edifici scolastici. Nell' edificio del centro stampa si aggirano i più fortunati, quelli che non hanno bisogno delle cure del pronto soccorso. Due ragazze straniere piangono abbracciate, un ragazzo colpito alla fronte alza la maglia e fa vedere i segni delle manganellate alla schiena: "sono scesi dalle camionette come furie - racconta - e hanno cominciato a picchiare la gente già in strada, poi hanno sfondato il portone della scuola di fronte. Potevamo solo sentire le grida senza fare niente. Qui ci siamo salvati perché si sono resi conto che fare irruzione in un centro stampa in funzione è come trovarsi di colpo nelle redazioni di tutti i giornali del mondo". E qualcuno prova a chiedersi che cosa sarebbe successo solo una decina di anni fa, quando Internet era solo uno strumento di lavoro dei fisici del Cern e quando i telefonini erano ancora un costoso status symbol di manager rampanti. I volontari del servizio legale del Gsf portano i giornalisti al piano superiore dove i computer dell'ufficio legale sono stati gli unici ad essere distrutti: sfondati gli schermi, sventrate le macchine a cui sono stati portati via gli hard-disk "tutte cose - fanno notare gli avvocati - incompatibili con l'articolo 41, che autorizza esclusivamente la ricerca di materiale esplosivo". Ma è nell'edificio di fronte, la cui palestra era stata adibita a dormitorio, lo spettacolo tremendo, che può essere reso solo facendo ricorso, ancora una volta, ad un immaginario di tipo sudamericano. Porte e finestre sfondate, il pavimento della palestra è letteralmente ricoperto di indumenti e di oggetti personali: canottiere, libri, mutande, penne, una cartolina, scatole di medicine, pantaloni... una massa di detriti nella quale pochi superstiti, pallidi e silenziosi come fantasmi, cercano di rintracciare le proprie cose. E poi il sangue: ancora fresco sul parquet e sui muri bianchi, sui termosifoni e sui gradini delle scale che portano ai piani superiori. "Mattanza" è la parola che più ricorre sulle bocche di chi, incredulo, si aggira in un silenzio rotto solo dallo scricchiolio dei vetri infranti sotto le scarpe e dagli scatti dei fotografi.

Ore 3.00
Un ultimo sguardo alle sale del centro stampa restituisce un'immagine di riconquistata, incredibile "normalità": giovani italiani e stranieri battono sulla tastiera di ogni computer rimasto intatto. Il racconto della notte sudamericana di Genova, sede del vertice degli uomini più potenti e per tre giorni centro del mondo, sta già facendo il giro del pianeta. Il bilancio dell'operazione parla di 93 arrestati e 66 feriti, uno dei quali è un giornalista del "Resto del Carlino". Un altro giornalista indipendente di Indymedia Uk è ridotto in fin di vita per lo sfondamento della cassa toracica e perforazione dei polmoni. Uscirà dal coma solo martedì 24 luglio.

Ore 11.00 circa - Questura di Genova
Due bottiglie di vino riconvertite a molotov, cinque bastoni di legno, chiodi, due martelli da muratore e un piccone. Su un tavolo della questura sta allineato il materiale sequestrato durante la "perquisizione" della notte ed esposto durante la conferenza stampa. "Gran parte di queste cose è tuttavia di materiale di normale reperimento in un cantiere di ristrutturazione come quello che si trova alla Scuola Diaz" fanno notare quelli del Gsf. E poi anche confezioni di crema abbronzante e di assorbenti femminili, un thermos. "Queste cose sono forse vietate in Italia?" chiede un giornalista straniero. Nessuna risposta dei funzionari che si limitano a leggere un comunicato stampa e non ammettono domande. "Che razza di conferenza stampa è questa?" insorgono i giornalisti stranieri, evidentemente abituati a ben altri rapporti con le istituzioni.

Ore 16.15 Punta Vagno - Cittadella del Gsf
Un' affollatissima conferenza stampa-assemblea aperta a tutti si apre con un minuto di silenzio in ricordo di Carlo. "Quello che è successo stanotte - esordisce Agnoletto - è l'inequivocabile biglietto da visita di un governo che non regge il confronto con un movimento che ha portato in piazza 300 mila persone e che per questo ha comunque vinto, anche se pagando un prezzo altissimo. Un attacco scientifico e premeditato teso a cancellare un risultato politico inaspettato e straordinario. Nessun soggetto che contenga nel suo nome l'aggettivo democratico può pensare di tirarsi fuori e ignorare quanto è successo". Parole confermate anche da Raffaella Bolini dell'Arci, secondo la quale "è in gioco il futuro democratico di questo paese e il governo sta dicendo un sacco di menzogne". "Genova - è poi Luca Casarini delle Tute bianche a parlare - costituisce una svolta nella strategia globale di polizia. Di fronte a quello che è successo occorre ripensare l'intero approccio del movimento". Poi viene mostrato il video girato dal regista Davide Ferrario ("tutti giù per terra", "Guardami") si vede "un energumeno" mascherato che sembra dare ordini ad un gruppo di agenti in divisa. Subito dopo arrivano due ragazzi in motorino che sembrano ricevere delle indicazioni. Seguono le testimonianze del servizio sanitario del Gsf, che parlano di lacrimogeni sparati all'interno di furgoni adibiti ad ambulanze e con la croce rossa bene in vista. Raccontano di ragazze scaraventate giù da un muretto alto tre metri - una ha rimediato fratture multilpe scomposte - soccorse dal proprietario del giardino sul quale erano atterrate. Davide, 18 anni a ottobre, racconta di essere rimasto intrappolato assieme ad altri nella discesa di un garage. "Il più anziano è andato avanti con le mani alzate per parlare, l'hanno fatto avvicinare e circondato, poi hanno cominciato a picchiarlo. A me invece hanno prima tagliato le trecce da rasta, poi sono stato portato al quartier generale delle forze dell'ordine, dove durante la procedura di identificazione dovevo stare in ginocchio a testa bassa, sotto i colpi. Portato alla caserma di polizia di Bolzaneto mi hanno fatto stare fino a sera in piedi immobile, rivolto contro il muro. Eravamo in 15 in quella stanza, chi si muoveva veniva colpito ancora. Mi sono salvato dal carcere perchè sono ancora minorenne". Ha ancora lo sguardo confuso e spaventato.

ore 19.30 circa
Le testimonianze si sono succedute praticamente tutte uguali per tutto il pomeriggio. Nel frattempo è calato il sipario sul vertice ufficiale. L'ordine regna su Genova: l'operato delle forze dell'ordine sarà oggetto di un'inchiesta di Amnesty International, le testimonianze verranno raccolte dall' Ics, che si è fatto le ossa nei campi profughi della ex Jugoslavia. Un ragazzo ha perso la vita, un altro è ancora in coma e centinaia di altri ancora mancano all'appello e non è dato sapere dove siano finiti. Una situazione quest'ultima, che nei giorni successivi solleverà proteste, anche diplomatiche, da mezzo mondo. Nonostante tutto questo secondo il governo il G8 è stato un successo, anche se la prossima volta gli otto uomini più importanti del mondo si ritroveranno in uno sperduto villaggio delle Montagne Rocciose. Per tutti gli altri l'appuntamento è già per il 10 novembre a Roma, al vertice della FAO.

Martedì 24 luglio ore 17.30 - Piazza De Ferrari

Nel salotto buono della città, finalmente liberato dalle gabbie e dallo spettacolo autocompiaciuto del potere e restituito ai genovesi, ha luogo un sit-in in memoria di Carlo Giuliani. Composte, silenziose, 10 mila persone si stringono intorno allo striscione appoggiato a Palazzo Ducale: "Pensate di averlo ammazzato ma Carletto vive attraverso noi. Gli amici". E sono proprio i suoi amici a impugnare lo striscione e portarlo, con un breve corteo, davanti al palazzo della Prefettura. Nello stesso momento in tante piazze d'Italia si stanno vivendo gli stessi momenti.

Mercoledì 25 luglio ore 9.30 - Cimitero di Staglieno

Sul piazzale del cimitero monumentale più grande d'Europa - singolare vanto turistico della città - una piccola folla di circa 1. 500 persone salutano per l'ultima volta Carlo Giuliani. E' una cerimonia laica e, come ha richiesto il padre, Giuliano Giuliani, senza accenti politici e senza bandiere. Unici colori ammessi oggi sono quelli della bandiera della Roma, la squadra per cui teneva Carlo, che avvolge la bara. Presenti Don Gallo, Agnoletto e Casarini, Bernocchi dei Cobas, i rappresentanti di Rifondazione Comunista in Comune e Regione, Bruschi e Nesci, il vice sindaco Claudio Montaldo e la presidente delle Provincia Marta Vincenzi. Del padre le ultime parole: "Grazie a chi ha telefonato, scritto, ci ha stretto la mano e ci ha riempito di teneri abbracci. Ma soprattutto voglio ringraziare Carlo che nella sua vita breve ci ha dato tante cose e tanto ci ha dato in questi giorni". E poi: "Ci ha, mi ha insegnato delle cose. Ho imparato che non si deve giudicare un ragazzo per la maglia sdrucita, il pantalone bucato, le scarpe rotte, le treccioline che ha in testa, il piercing che ha sul viso. Perchè sotto quelle maglie sdrucite e quelle treccine ci sono cuori pieni, teste che pensano, tanta voglia di fare e un'insaziabile sete di giustizia. Le cose che vogliamo sono le stesse: un mondo migliore, persino meno schifoso". Ciao, Carlo.

Brani tratti col consenso dell'autore dal libro 'Le quattro giornate di Genova' - Editore Fratelli Frilli - Genova