| La vera fabbrica globale è italiana Testo di Giovanni Porzio - Foto di Livio Senigalliesi per Panorama Bacau/Romania luglio 2008 Scendono dal minibus con il borsone di plastica a tracolla e lo sguardo smarrito, provati dal lungo viaggio. Gli uomini arrivano dal Bangladesh, le ragazze dalla Cina. Non sanno una parola di romeno e solo alcuni masticano un po' d'inglese. Ma ci sono gli interpreti, nel cortile della fabbrica, ad attenderli con le istruzioni: faranno la visita medica, avranno una divisa, saranno condotti nei loro alloggi e poi in reparto, alle macchine da taglio e da cucito nei capannoni di un'azienda che produce capi di abbigliamento sportivo per i maggiori brand mondiali del settore. In Europa la nuova frontiera della globalizzazione passa da Bacau, cittadina moldava 300 chilometri a nordest di Bucarest. E il suo pioniere è un italiano, Antonello Gamba, 48 anni, bergamasco, presidente della Sonoma. E' stato lui, quando la grande fuga degli operai romeni verso l'Italia e gli altri paesi dell'Ue aveva messo in ginocchio l'azienda, a fare da apripista reclutando in Cina, nel 2006, il primo contingente di lavoratori asiatici. "Senza di loro" dice "non avrei potuto continuare". Gamba è partito da zero. E come molti piccoli imprenditori nostrani si è fatto strada da solo, rischiando e superando gli ostacoli a furia di colpi d'inventiva. A 17 anni è aiuto magazziniere in un'industria tessile di Bergamo, la Lorenz, che riesce a rilevare nel 1980 con altri soci salvandola dal fallimento. "Tempi duri" racconta. "Non avevo nemmeno i soldi per il funerale di mio padre. E la manodopera era introvabile: le ragazze non venivano più in fabbrica, volevano andare all'università". Nel 1988, incalzato dalla concorrenza cinese e dalle rivendicazioni sindacali, lascia l'Italia per la Romania di Ceausescu. Fino alla fine degli anni Novanta gli affari vanno a gonfie vele. La Sonoma è la prima azienda a capitale interamente straniero dopo la Coca Cola, impiega 5 mila operaie e crea un indotto che fa vivere l'intera Bacau. Poi, all'improvviso, il crollo. L'esodo della manodopera è inarrestabile. Attratti dai più alti salari dei paesi Schengen e agevolati dall'ingresso della Romania nell'Ue, tre milioni di lavoratori, il 25 per cento della popolazione attiva, emigrano soprattutto in Italia (48 per cento) e in Spagna (18 per cento). Le loro rimesse, oltre 6 miliardi di euro nel 2007, stimolano una crescita economica da tigre asiatica (7 per cento), che tuttavia si basa sull'esplosione dei consumi, sugli investimenti nelle infrastrutture e nei servizi. Le vecchie fabbriche sono andate in malora e le campagne si spopolano. "Mancano gli operai, i geometri, i manovali" spiega il leader del Blocco nazionale dei sindacati (Bns) Dumitru Costin. "Il ricorso ai lavoratori stranieri è inevitabile". Più di 400 mila cinesi, moldavi, turchi e ucraini sono affluiti in Romania, tanto che dallo scorso anno nel Bns siedono tre rappresentanti dell'All China federation of trade unions, il più grande sindacato del mondo, con il compito di monitorare le condizioni di lavoro dei cinesi nei settori interessati: tessile, costruzioni e agricoltura. "In cinque anni ho perso 3.600 dipendenti" racconta Antonello Gamba. "Mettevo annunci sui giornali e non si presentava nessuno. Ma non volevo trasferirmi in Cina come fanno in molti. Voglio restare in Europa, tentare di difendere qui il valore aggiunto del made in Italy nella guerra con i concorrenti asiatici, che lavorano dalle 6 del mattino alle 10 di sera 365 giorni all'anno. Allora mi è venuta l'idea: invece di andare in Cina ho portato qui i cinesi. In modo legale". Le prime 400 operaie sono state assunte con uno stipendio mensile di 260 euro: il quadruplo della paga cinese, più dei 200 euro del salario minimo romeno. Ma non tutto, all'inizio, è filato liscio. Nel gennaio 2007 uno sciopero fa venire a galla risvolti poco chiari. Le lavoratrici rivelano di essersi indebitate per pagare le mazzette a un'agenzia di collocamento di Xiamen, provincia del Fujian: dai 2 ai 5 mila dollari, da rimborsare con gli interessi. Su Gamba piovono critiche e accuse di sfruttamento. "Quando mi sono accorto che si vendevano la casa per pagare l'agenzia" ribatte "sono corso ai ripari. Ora mando i miei tecnici a selezionare sul posto il personale e mi occupo dei visti e dei documenti. E' tutto in regola. E l'azienda è ripartita". Alle cinesi e alle superstiti 1.400 romene si sono in questi giorni aggiunti 650 bengalesi. E altri ne verranno fino a riempire i reparti ancora vuoti, dove le macchine sono già pronte. Oggi la Sonoma, con un fatturato di 30 milioni di euro, è la più grande fabbrica di capi in gore-tex d'Europa. Nella show room sono in mostra salopette e giacche a vento di marchi prestigiosi: K2, Moncler, Vuarnet, Fila, Emporio Armani, Puma, North Sails, Benetton, Salewa, Tommy Hilfiger, Chervò. Gli operai escono di rado. La vita si svolge tutta all'interno della fabbrica: 40 ore settimanali più gli straordinari, il tempo libero passato a giocare a carte, a guardare i canali cinesi e bengalesi alla tv satellitare e a telefonare a casa con la scheda a basso costo fornita dall'azienda. I dormitori sono essenziali: 6-9 posti per stanza, armadietti e brande "a norma Ue". Mohammed Mamun Mia, 36 anni, tre figli, è arrivato il 6 giugno da Tangail, vicino a Dacca. Ha in tasca, come tutti gli altri, un contratto annuale rinnovabile: "Nella tessitura in Bangla Desh guadagnavo 90 dollari, qui 300 più vitto e alloggio". Mohammed Rana Sheikh, 28 anni, bengalese di Khulna, ne prende 400: è responsabile di linea, con quattro anni di esperienza in Sri Lanka, e pensa di rimanere alla Sonoma per almeno un triennio. Quanto basta per mettere da parte i soldi necessari ad aprire un'attività commerciale in patria. "Qui le condizioni di lavoro sono molto migliori" dice. "Ma la mia famiglia ha fatto una colletta per finanziare il viaggio, ci vorrà un po' di tempo per rientrare nelle spese". Hong Xiao, 35 anni, di Shanghai, concorda: niente a che vedere con certe fabbrichette dell'area di Canton dove le operaie sgobbano come schiave per pochi yuan, ricattate dai padroncini e senza la minima tutela sindacale. Ma pure lei conferma di aver pagato duemila euro di commissione alla locale agenzia di reclutamento. Il problema, evidentemente, non è stato risolto, anche se la Sonoma si accolla il costo del biglietto di ritorno e opera in stretta collaborazione con le autorità di Bucarest, Dacca e Pechino. "Qui a Bacau" afferma Gamba "offro condizioni migliori di quelle in cui si trovano molti romeni in Italia. Niente lavoro nero, stipendio assicurato, polizza sanitaria, mensa con cuochi cinesi e bengalesi, contributi versati direttamente in Cina e in Bangladesh. Per i musulmani ho allestito una sala di preghiera e la loro carne è halal, macellata secondo i dettami del Corano. Non è facile, mi creda, assumersi la responsabilità di migliaia di extracomunitari. Ma l'alternativa è la chiusura dello stabilimento". "E' vero" dice a Panorama Ghiorghe Huluta, presidente della Conferenza nazionale dei sindacati liberi di Romania. "I giovani romeni non vogliono entrare in fabbrica e gli stranieri garantiscono una maggiore produttività. E' vero anche che in Sonoma non ci sono rappresentanti sindacali, ma noi ogni anno rinegoziamo i contratti del tessile e controlliamo che le clausole siano rispettate. Nell'economia globalizzata la mobilità della manodopera è un fatto acquisito. E può essere un'opportunità, se si rispettano le leggi e i diritti dei lavoratori". Antonello Gamba ne è convinto. E da Bacau lancia agli imprenditori italiani un appello: "Siamo gli ultimi ad avere questo know how. Uniamo le forze! Non facciamoci mangiare dalla Cina!" |